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lunedì 26 novembre 2007

italiano poesia lirica dante e petrarca differenze

LA POESIA LIRICA

Definizione: la poesia lirica è ogni testo scritto in versi che non sia chiaramente qualcos’altro.

Chi ha usato per la prima volta questo termine?

I Greci usarono il termine “lirica” per indicare la poesia che si accompagnava al suono della lira.

Cosa successe poi?

Con il passare dei secoli le cose cambiarono: si continuavano a scrivere, prima in latino, poi in volgare a partire dell’XI-XII sec. testi che noi definiamo “lirici” e che in quei tempi venivano indicati in base alla struttura delle strofe e dei versi.

Quando si cominciò a usare il termine “lirica” per indicare un genere letterario particolare o uno specifico modo di fare poesia?

Quest’uso cominciò nel 1500, quando la letteratura occidentale aveva già prodotto alcuni dei grandi capolavori della lirica (“Poesie d’amore” dei Provenzali, il dolce stilnovo, il “Canzoniere” di Petrarca). Gli studiosi del Rinascimento individuarono nella lirica un genere letterario al quale erano collegati alcuni tipi di versi e certe organizzazioni di strofe che davano origine a composizioni quali il sonetto, la canzone, la ballata, il madrigale.

A noi queste spiegazioni bastano?

Per noi comporre liriche, fare poesia rimanda a un modo di scrittura “ispirato” che dipende direttamente dai sentimenti, dalle emozioni, dagli stati d’animo dell’autore. Questo cambiamento si ebbe con il Romanticismo: l’attenzione principale si spostò dagli elementi formali dell’opera d’arte al significato emotivo e sentimentale, alla capacità di un testo di esprimere e comunicare significati e sensazioni. Da allora si considerò la lirica come espressione dell’Io che si fa poeta e rappresenta sé stesso attraverso la musicalità del verso. Per noi la lirica è più un linguaggio particolare dei sentimenti che un genere letterario.

In cosa consistono la libertà e la sincerità del poeta?

Per Leopardi il genere lirico è “il più nobile e puro d’ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione...espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell’uomo”.

La poesia deve allora sgorgare direttamente del cuore?

Leopardi afferma che nel momento in cui il poeta prova il sentimento che lo ispira “non è in grado di scrivere” perchè l’emozione, troppo violenta, forma un groviglio di sensazioni che non sanno trasformarsi in parole. La scrittura è quindi frutto del ripensamento e del ricordo. La libertà e la sincerità del poeta stanno nella sua capacità di creare un testo in cui tutto concorre all’espressione artistica dell’idea che lo ispira. Quando un poeta vuole esprimere un proprio sentimento e sceglie di compiere una canzone non intende per niente rinunciare alla sua libertà: egli decide di usare quel tipo di verso e di strofe perchè nella sua sensibilità quella particolare forma corrisponde perfettemante al suo ideale di espressione artistica e poetica. Versi, strofe, rime...non sono una gabbia entro cui il poeta si sforza di comprimere il suo sentire, ma l’unica possibilità che in quel momento gli sembra di avere per fare poesia. La prova si ha nella storia della lirica: quando dall’800 le forme tradizionali non furono più sentite come indispensabili o adeguate, i poeti le cambiarono e le trasformarono.

Dove e quando nasce la lirica nell’Europa medievale? E in Italia?

La lirica nasce nell’Europa medievale in Provenza nel XII secolo per opera di poeti che scrivevano sia i testi che le musiche che avrebbero accompagnato le poesie.

In Italia la prima manifestazione di lirica avviene con la scuola siciliana tra il 1230 e il 1250.

Qual è la novità del dolce stilnovo?

Al centro delle liriche c’è la donna, che viene rappresentata come una figura angelica e al di fuori del tempo; l’attenzione è concentrata con più rigore sull’interiorità dell’amante.

Per quanto riguarda lo stile, a livello fonico non ci sono suoni aspri, a livello metrico non vi sono rime rare o difficili, a livello lessicale e sintattico i termini e le proposizioni sono semplici, a livello retorico non vi sono molte figure retoriche.

Costruisci un confronto fra Dante e Petrarca e il diverso retroterra storico-culturale dei due poeti, ordinando in un discorso logico e coerente di 10-12 righe intere, gli elementi che ti vengono indicati alla rinfusa: epidemia di peste, sede papale a Roma, crisi del ‘300, realtà comunale, cultura teocentrica, Signorie, crisi dell’autorità imperiale ed ecclesiastica, certezze salde, amore per i classici, pieno Medioevo, trasferimento della sede papale ad Avignone, disagio esistenziale, cultura pagana, precise gerarchie di valori, tormento interiore, affermazione delle monarchie nazionali, spiritualità medioevali, autunno del Medioevo, attrazione verso i valori terreni (gloria, amore e ricchezza), dubbio.

Sia in Dante che in Petrarca si manifesta subito un certo amore per i classici.

Dante visse in pieno Medioevo, quando la sede papale era ancora a Roma, al tempo della crisi del ‘300, della crisi dell’autorità imperiale ed ecclesiastica e della realtà comunale. In lui si sviluppò una cultura teocentrica e una spiccata fede.

Petrarca visse nell’autunno del Medioevo, quando la sede papale fu trasferita ad Avignone, al tempo dell’affermazione delle monarchie nazionali dopo il periodo delle Signorie. Egli era molto attratto dai valori terreni (gloria, amore e ricchezza), perciò in lui nacquero un tormento interiore e un disagio esistenziale dal bisogno di conciliare questi valori con la fede. La sua opera più importante è il “Canzoniere” scritto in volgare e dedicato alla sua amata Laura, morta per l’epidemia di peste.

Petrarca non disprezza la cultura pagana, in quanto non Cristiana, ma sostiene che la saggezza che si trova nei libri antichi non è altro che l’anticipazione di quelle verità consacrate dal Cristianesimo.

Cos’è il “Secretum”? In quale lingua è scritto? Quale struttura ha l’opera? Perchè è importante?

Il “Secretum” è un’opera di meditazione religiosa e morale nella quale lo scrittore è alla continua ricerca della Verità e della pace interiore attraverso un esame di coscienza.

Il “Secretum” è scritto in latino.

L’opera, divisa in tre libri, è strutturata come un dialogo tra Petrarca e Agostino. Il dialogo si svolge in tre giorni alla presenza di una donna bellissima, che rappresenta la Verità, e che non prende mai parola.

Con quale titolo è nota la raccolta di liriche del Petrarca?

Il “Canzoniere”.

Come fu intitolata dal poeta? Cosa significa?

L’opera fu intitolata “Rerum vulgarium fragmenta”, che significa “Frammenti di cose in volgare”.

In quante parti si divide tradizionalmente l’opera? Perchè?

Poiché il “Canzoniere” narra la vita di Laura, l’opera si divide in due parti: le “rime in vita” prima della morte di Laura e le “rime in morte” dopo la morte di Laura.

Come si chiama la donna celebrata dal Petrarca?

Il nome della donna celebrata è Laura.

Spesso il poeta allude alla donna amata attraverso un artificio linguistico chiamato “senhal”; dove è trovato per la prima volta questo artificio e in cosa consiste?

La prima apparizione del senhal è nella lirica provenzale.

Il senhal è un’indicazione allusiva, un “nome in codice” dato dal poeta per celare il nome dell’amata: “l’aura” = “l’aria”.

È una “donna angelicata” come quelle cantate dagli stilnovisti? (leggere T68)

È più vaga o più definita sul piano della fisicità? Viene cristallizzata in un eterno presente? È un’immagine reale?

Indubbiamente la donna celebrata in Petrarca è “umana”, a differenza della “donna angelicata” degli stilnovisti. La sua fisicità è molto vaga, non ci sono descrizioni precise. La donna viene collocata nel corso del tempo; anche per questo motivo, è reale e differisce dai canoni stilnovisti, che invece collocano la donna-miracolo al di fuori del tempo.

Quali sono le tematiche principali del “Canzoniere”, così come anticipa il sonetto proemiale “Voi ch’ascoltate in rime sparse l’sono”?

Le tematiche principali sono il volgersi indietro del poeta per fare un bilancio dell’esperienza amorosa e della produzione artistica di quel periodo. Il poeta si analizza e ne trae un bilancio negativo, poichè in quel periodo era in balia di un oscillare incoerente fra “speranze” e “dolore”. Petrarca si vergogna del suo comportamento e spera di trovare nei lettori perdono, pietà e compassione.

DANTE ALIGHIERI vs FRANCESCO PETRARCA


DANTE

· Nasce nel 1265

· È un intellettuale municipale fiorentino

· Subisce il passaggio obbligato da intellettuale municipale a intellettuale cortigiano a causa dell’esilio

· Raggiunge faticosamente prestigio

· Ha difficoltà economiche

· Manca di un riconoscimento ufficiale (non ebbe mai l’onore di essere riconosciuto sommo poeta a Firenze)

· Privilegia il volgare

· Il filosofo a cui si ispira è S. Tommaso

· La sua filosofia è scolastica-aristotelica e teoretica

· Si sposta nelle corti dell’Italia centro-settentrionale perchè necessitato dalla condizione di esiliato






PETRARCA

· Nasce nel 1304

· È un intellettuale cosmopolita “italiano” in senso culturale e letterale

· È un intellettuale cortigiano

· Ha grande prestigio per il mutato clima culturale (la letteratura è considerata la più elevata manifestazione dello spirito umano)

· È autonomo grazie alle rendite ecclesiastiche

· È incoronato sommo poeta a Roma nel 1341

· Privilegia il latino

· Il filosofo a cui si ispira è Sant’Agostino

· La sua filosofia è morale

· Viaggia per l’Europa spinto dalla curiosità e dall’irrequietudine interiore

relazione di chimica


Colorazione di Gram.

OBIETTIVO: Saper esaminare un batterio utilizzando il metodo della colorazione semplice.

PRINCIPIO BIOLOGICO:

La colorazione di Gram ci permette di distinguere due grandi categorie di batteri: Gram positivi (Gram+) e Gram negativi (Gram-) che hanno una composizione della parete batterica diversa.

Il colore caratteristico dei batteri Gram positivi è il viola, mentre quello dei batteri Gram negativi è il rosso. I batteri Gram positivi hanno la parete spessa composta da peptidoglicano, che rende la parete impermeabile a vari trattamenti utilizzando vari coloranti, quali:

  • Violetto di Genziana;
  • Fucsina Basica;
  • Reattivo di Lugol che visualizza il colore all’interno;
  • Alcool;
  • Acqua distillata.

Morfologia dei batteri.

Il modo più semplice e comune per osservare la forma e l’aspetto dei batteri è quello di ricorrere all’allestimento di preparati microscopici colorati al loro esame mediante il microscopio ottico. I batteri manifestano 3 forme generali:

· Sferica;

· Cilindrica;

· Ricurva.

Le cellule sferiche o ovali sono dette cocchi. Quelle cilindriche o a bastoncino sono dette bacilli, mentre le forme ricurve sono dette vibrioni. Quando presentano un aspetto cilindrico incurvato e numerose curve sono detti spirilli.

Le cellule figlie spesso non si separano al termine della divisione, ma rimangono attaccate dando origine ad aggregati di cellule dette colonie.

I batteri con maggiore varietà di dispersione delle colonie sono i cocchi:

· Questi si possono presentare come diplococchi quando le cellule rimangono attaccate a due a due;

· Gli streptococchi quando le cellule rimangono attaccate a formare grappoli;

· Le sarcine quando formano aggregati geometrici di tipo cubico.

Le cellule batteriche presentano strutture fondamentali che sono la parete, la membrana plasmatica, la massa citoplasmatica e materiale nucleare.

MATERIALE UTILIZZATO:

1.vetrino porta-oggetti;

2.ansa;

3.becco Bunsen;

4.batterio;

5.pinza di legno;

6.colorante violetto di genziana;

7.colorante fuxina basica;

8.olio di cedro;

9.pipetta;

10.bacchette di vetro;

11.vaschetta di plastica;

12.acqua distillata contenuta nella spruzzetta;

13.microscopio;

14.alcol;

15.reattivo di Lugol.

PROCEDIMENTO:

L’esperienza ha avuto inizio prendendo l’uso di un vetrino porta-oggetti; al centro del vetrino è stata posta una goccia di acqua distillata. In contemporanea è stata presa una vaschetta di plastica aventi tra i due bordi, due bacchette di vetro; successivamente il vetrino è stato posato sopra le due bacchette poco distanti tra loro in modo da poter sorreggere quest’ultimo.

Arrivati fino a questo punto si è avuto inizio dell’esperienza procedendo con le fasi qui sotto elencate:

Distensione.

In un secondo tempo si è preso l’uso dell’ansa, una bacchetta di ferro avente la punta ripiegata a cerchio; la punta dell’ansa è stata sterilizzata ponendola sopra la fiamma del becco Bunsen, ed in seguito la si è fatta raffreddare; approfittando di questo momento, con la punta dell’ansa, si è potuto prelevare una piccola parte di batterio, contenuto in un piccolo contenitore, e la si è posta sopra il vetrino.

Essiccamento.

In questa fase il vetrino è stato posto sopra la fiamma del becco Bunsen mediante l’uso della pinza di legno; il vetrino viene così posto da poter fare dei movimenti rotatori affinché quest’ultimo si asciughi.

Fissazione.

Il materiale ( batterio ) posto sopra il vetrino è stato aderito con il vapore prodotto facendo passare il vetrino nella fiamma per tre volte.

Colorazione.

In quest’ultima fase il vetrino, ormai asciugato, è stato posato tra la due bacchette di vetro, poste sempre sopra la vaschetta; si è preso l’uso del violetto di genziana, cioè un colorante basico, il quale, con l’uso di una pipetta, è stato versato sopra il vetrino cui è stato fatto agire per un minuto, poi sono state versate gocce di colorante di Lugol e mettendo a contatto entrambi i coloranti, si è aspettato un altro minuto facendo in modo che quest’ultimo abbia potuto penetrare in tutte le cellule. Fatto ciò, si è potuto eliminare il colorante eseguendo la pulitura del vetrino facendo uso prima dell’alcool (nelle cellule Gram positive non entra, mentre in quelle negative porta via il colorante) e poi dell’acqua distillata contenuta nella spruzzetta ed il liquido posto sopra ad esso è stato gettato all’interno della vaschetta. Successivamente è stato asciugato il vetrino sulla parte alta della fiamma del becco Bunsen, poi si è utilizzato la fuxina basica ponendola sopra ad esso e aspettando un minuto affinché il liquido possa estendersi, si lava ancora una volta con il l’acqua distillata ed asciugata nuovamente con il becco Bunsen.ed infine è stata eseguita l’analisi al microscopio, con obiettivo 100, obiettivo a immersione al quale tra la lente e il vetrino viene interposta una goccia di liquido ad alto indice di rifrazione e cioè, in questo caso, olio di cedro.

CONCLUSIONI:

Svolta questa esperienza posso concludere che il procedimento è stato effettuato in un primo tempo con una parte di procedimento dell’esame a fresco e l’altra utilizzando i procedimenti della colorazione semplice, e cioè:

- distensione;

- essiccamento;

- fissazione;

- colorazione.

OSSERVAZIONI:

Posso sicuramente affermare che nei coloranti si sono evidenziati dei microbi, i quali sono per la maggior parte Gram positivi, e quindi abbiamo avuto a che fare con gli streptococchi perché le cellule sono rimaste attaccate formando grappoli.

Il congesso di vienna riassunto in breve

Il congresso di Vienna

Mentre Napoleone è relegato all'Isola d'Elba, i rappresentanti di tutti gli stati europei si riuniscono in un congresso che dura dal settembre del 1814 al giugno del 1815. Con il congresso di Vienna si è soliti far iniziare la cosiddetta età della Restaurazione, che comprende il periodo dal 1815 alle rivoluzioni del 1848. Una restaurazione pura e semplice. Il termine restaurazione chiaramente contrapposto a rivoluzione, sta a indicare la volontà di un ritorno al passato.
Le 216 delegazioni presenti dovrebbero stabilire il destino del continente, ma tutte le decisioni vengono prese in riunioni ristrette dai rappresentanti delle quattro potenze alleate: per l'Austria, il principe di Metternich; per l'Inghilterra, il ministro Castlereagh; per la Russia, lo zar Alessandro I in persona; per la Prussia il re Federico Guglielmo III. Anche il ministro francese Talleyrand viene ammesso tra i grandi quale rappresentante della Francia dei Borbone che alla Rivoluzione hanno sacrificato re Luigi XVI. Il nuovo ordine europeo viene costruito su due principi essenziali: il principio di legittimità e il principio di equilibrio. In base al primo, i principi legittimi, cioè quelli cacciati dalle armate rivoluzionarie o da Napoleone, riottengono il trono perduto, ma per garantire uno stabile equilibrio politico e impedire che uno stato risulti più forte degli altri, vengono fatte numerose eccezioni. In Italia, in Germania e in Polonia la legittimità viene sacrificata proprio in nome dell'equilibrio delle forze tra i grandi. Il Congresso di Vienna, nel tracciare i confini politici dell'Europa restaurata, non aveva tenuto conto della volontà dei popoli, del loro desiderio di unità e indipendenza. Più volte, nel corso dei primi decenni dell'Ottocento, l'ordine europeo fu scosso da sussulti rivoluzionari le cui parole d'ordine erano costituzione e indipendenza. I moti insurrezionali scoppiati in Italia e in altri paesi europei nel 1820-21 erono falliti a causa soprattutto dell'isolamento dei patrioti dal resto della popolazione. Il congresso non interrompe i lavori neppure durante i Cento giorni di Napoleone e si conclude il 9 giugno, nove giorni prima della battaglia di Waterloo. Se Napoleone in quell'occasione avesse vinto, il congresso si sarebbe risolto nella più grottesca farsa del secolo. Comincia ora l'epoca della Restaurazione, così chiamata perchè i sovrani si propongono di ridare all'Europa l'assetto del 1789 e di ripristinare l'antico ordine fondato sul diritto divino e sui privilegi della vecchia aristocrazia. Come se l'illuminismo non fosse neppure esistito.
Analizziamo le principali decisioni assunte dal Congresso di Vienna. La Francia mantiene i confini del 1792, ma deve cedere la Saar alla Prussia. La Russia si rafforzò ottenendo la Finlandia (dalla Svezia), la Bassarabia (dall'impero ottomano) e la corona del Regno di Polonia.
La Prussia si estese verso sud e verso ovest, giungendo a confine con la Francia. La Prussia cede alla Russia la Polonia nord occidentale, ma ottiene la Renania e la Sassonia, oltre a moltissimi staterelli tedeschi già cancellati da Napoleone.
L'Austria costituì un grande impero multinazionale, che dominava sull'Europa centro-orientale e, direttamente o indirettamente, su pressochè tutta la penisola italiana. L'Austria rientra in possesso della Lombardia e si fa assegnare parte della Galizia e il territorio della Repubblica di Venezia, non più ricostituita. Le viene inoltre attribuita la presidenza della Confederazione germanica.
La Confederazione germanica, che prende il posto del Sacro Romano Impero, è governata da una dieta con sede a Francoforte. E' costituita da 4 città libere, da 35 principati, e vi aderiscono Prussia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Gran Bretagna.
Il Belgio fu unito all'Olanda nel Regno dei Paesi Bassi. Questo, insieme al regno di Sardegna, fu uno degli stati-cuscinetto che avrebbero dovuto arginare future velleità espansionistiche della Francia. Campioni della Restaurazione furono il regno di Sardegna, con Vittorio Emanuele I, che si ingrandisce con l'annessione dell'antica Repubblica di Genova, soppressa definitivamente, lo stato pontificio, con Pio VII e il regno delle Due Sicilie, con Ferdinando I di Borbone. Più liberali furono Francesco I di Lorena in Toscana e di Maria Luisa d'Asburgo-Lorena a Parma, mentre nel Lombardo-Veneto gli austriaci governarono con efficienza, ma questo non fu sufficiente a garantire loro il consenso delle classi dirigenti e dei ceti intellettuali.
Nella penisola iberica, il Portogallo viene restituito ai Braganza e Ferdinando VII torna sul trono di Spagna.
La Confederazione svizzera è ricostituita con qualche ampliamento (tre nuovi cantoni) e dichiarata perpetuamente neutrale. Svezia e Norvegia (prima legata alla Danimarca) sono riunite sotto un unico sovrano, Bernadotte di Svezia.
L'Inghilterra mantiene il possesso di Malta e rafforza il suo potere nel Mediterraneo con l'acquisizione di Gibilterra. L'acquisto del Capo di Buona Speranza e di Ceylon le dà il pieno controllo della rotta delle Indie.
Per garantire la durata della sistemazione che il Congresso di Vienna ha imposto all'Europa restaurata, nel settembre 1815 Alessandro I propone uno strano accordo diplomatico, sottoscritto anche da Francesco d'Austria e da Federico Guglielmo di Prussia. Viene sottoscritto il patto della Santa Alleanza secondo il quale i tre sovrani, "incaricati dalla Provvidenza", si impegnano a prestarsi aiuto e soccorso reciproco per garantire la tranquillità dei popoli e la pace in Europa contro ogni convulsione rivoluzionaria. I sovrani si impegnano quindi a intervenire con i loro eserciti ovunque venga rimesso in discussione l'assetto politico e sociale fissato a Vienna. Si stabilisce così un terzo principio, quello d'intervento.

Esercizi di kimica

1) Disegna la proiezione di Newman del conformero più stabile dell’isopentano. (punti 2)

2) Perché il metilglicoside del D-ribosio reagisce con acetone in ambiente acido per dare un prodotto stabile mentre il D-arabinosio non reagisce? Di che reazione si tratta? Qual è il prodotto che si ottiene nel primo caso? (punti 5).

3) Disegna la struttura che corrisponde alla seguente abbrevazione: PheGlyLeu. Scrivi il dipeptide che rimane dopo una sequenza di degradazione di Edman. Esplicita il meccanismo di reazione (5 punti)

4) Prepara l’acido idrossifenilacetico a partire dalla benzaldeide senza utilizzare i reattivi di Grignard (punti 5)

5) Trovare la struttura del composto A (C8H16O6) sapendo che:

i.dà negativo il saggio di Fehling

ii. per idrolisi acida (esplicita il meccanismo di reazione) si trasforma in glucosio ed etanolo)

6) Disegna la curva di titolazione della lisina partendo da una soluzione acida di amminoacido e aggiungendo dell’idrossido di sodio. Indica il punto isolelettrico di tale amminoacido (punti 5)


domenica 11 novembre 2007

Italiano

FATO,

FORTUNA,

PROVVIDENZA

LETTERATURA ITALIANA

DANTE ALIGHIERI (Firenze 1265-Ravenna 1321)

Per Dante e per la cultura cristiana in genere, la fortuna per certi aspetti si identifica con la Provvidenza:è infatti un’intelligenza celeste, destinata da Dio al governo delle cose del mondo e distributrice dei beni secondo il suo volere imperscrutabile. L’uomo non comprende il senso del variare delle fortune umane, che risponde però ad una logica superiore.

Virgilio, nella sua funzione di guida, inviata dalla Provvidenza, con le stesse parole rivolte a Caronte, fa tacere Minosse, evidenziando che il viaggio di Dante è “fatale”, cioè voluto dal fato.

Non Impedir lo suo fatal andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare.

Nella concezione cristiana non esiste il fato, ma la provvidenza. Il fato è una legge eterna ed ineluttabile che determina irrazionalmente ed in modo cieco e capriccioso la vita dell’universo. L’uomo, con le sue forze, non può opporsi al fato e quindi è portato alla rassegnazione di fronte ad avvenimenti che non riesce a determinare. Con l’avvento del cristianesimo al concetto di fato si sostituisce quello di Provvidenza, cioè l’ordine con il quale Dio regola il creato e determina lo sviluppo della storia. La visione provvidenziale della vita è rasserenante per il credente. Nulla infatti è lasciato al caso, disgrazie e dolori, fortune e successi sono distribuiti agli uomini secondo un disegno ben determinato e che ha come fine il bene dell’umanità.

Nella letteratura volgare di Dante di conto alla rappresentazione pagana che descriveva la fortuna bendata nell’atto di volgere una ruota, la immagina “ministra di Dio”, cioè uno strumento della sua Provvidenza che guida gli eventi umani.

La fortuna diviene appunto Ministra della volontà di Dio, intelligenza celeste e provvidenziale che amministra i beni del mondo secondo disegni imperscrutabili ai quali nessuna ragione umana può resistere. Non è una divinità capricciosa e crudele, ma un’intelligenza angelica posta infinitamente al di sopra delle capacità interpretative dei mortali.

Dante immette una profonda idea teologica in una figurazione letteraria "classica" già esistente (relativa al potere inconoscibile della fortuna).


FRANCESCO PETRARCA (Arezzo 1304-Arquà 1374)

Il tema della Fortuna lo troviamo nel De remediis utriusque fortunae , amplissimo trattato ideato dal Petrarca forse già tra il 1352 e il 1353, scritto in gran parte tra il 1356 e il 1357, e sistemato e diffuso nel 1366 con dedica ad Azzo da Correggio. Consta di numerosi dialoghi divisi in due libri: il primo (122 dialoghi tra Ragione, Gaudio e Speranza) presenta i rimedi contro i pericoli che derivano dalla fortuna favorevole, il secondo (131 dialoghi tra Ragione, Dolore e Timore) quelli contro i mali della sfortuna. E’ un’opera in cui è pressoché assente l’intento di sistematicità: in essa, ricollegandosi all’antica etica stoica, Petrarca precisa il senso di quel rapporto tra virtù e fortuna .

L'intento è di offrire all'uomo i mezzi per resistere così alla propizia come all'avversa fortuna del pari pericolose, e forse più la prima della seconda, all'anima umana. A tal fine l'autore svolge una serie di meditazioni morali in forma di dialoghetti schematici: interlocutori ne sono, nel primo libro dedicato alla prosperità, il Gaudio o la Speranza che si allietano di beni posseduti o attesi dagli uomini, e la Ragione che ne dimostra la vanità, e nel secondo, dedicato all'infelicità, il Dolore o il Timore, i quali parimenti si rattristano di un male presente o avvenire, e la Ragione ancora, che dimostra come irragionevoli siano quei sentimenti umani. Passano così sotto gli occhi dei lettori tutti i casi possibili della vita umana, i beni più grandi che l'uomo possa conseguire o sperare, come il sommo pontificato, un'alta potenza politica o la gloria per i propri scritti, e i beni più modesti che ci allietano l'esistenza, insieme con le più grandi sventure e le più lievi molestie: e l'opera viene a essere, come voleva l'autore, non un trattato sistematico, ma una raccolta di brevi ragionamenti, fra i quali il lettore può trovare quello più appropriato al suo stato, per trarne un ammonimento e un conforto. Per tale assunto e per la stessa forma ne risulta accentuata la tendenza ascetica dello spirito petrarchesco, e il proposito di dimostrare la vanità d'ogni bene e d'ogni male conduce l'autore talora al paradosso o alla contraddizione. Inoltre, poiché egli ama rafforzare i suoi ragionamenti con un'erudizione al suo tempo peregrina, più d'una volta può sembrare che più della tesi sostenuta gli stia a cuore quell'erudizione, come quando a proposito dei bei dipinti egli espone quanto sa della pittura antica. Ma l'opera nasceva realmente dall'intimo dello spirito del poeta, che sentiva del pari l'allettamento delle cose terrene e l'anelito a una pace in cui potesse acquietarsi, e che riconosceva in ogni uomo tale irrequietezza, come dice nella bella lettera dedicatoria, forte affermazione di pessimismo e a un tempo espressione dell'esigenza a superarlo in una filosofia morale cristiana e stoica, che sia guida e sostegno nella vita. A tale filosofia morale mira il poeta, spregiatore della filosofia delle scuole, nei Rimedi e in tutta l'opera sua: e che lo scrittore venisse incontro a tendenze del tempo suo come a quelle dell'età posteriore è provato dalla straordinaria diffusione di questa opera, compendiata e tradotta e stampata in numerose edizioni sino al sec XVIII.

Il Canzoniere. Consiste di 366 liriche (sonetti, canzoni...) che vanno dal 1330 circa fino alla morte del poeta. Sono poste in un ordine sia tematica che cronologico, non del tutto chiaro. Sono scritte in volgare. Lo stile è chiaro, essenziale, apparentemente semplice (il lessico è volutamente ricercato ma preciso, con esclusione dei termini troppo realistici). La forma è colta, aristocratica, melodiosa, musicale, rigorosamente uniforme: per secoli sarà il modello della lirica italiana. Petrarca si servì, fondendoli in maniera assolutamente originale, dei poeti provenzali in lingua d'OC, degli stilnovisti, dei poeti latini. Il poema è diviso in due sezioni: rime in vita e il morte di Laura. L'amore per Laura è infatti il tema dominante della raccolta, anche se l'unico vero personaggio è lo stesso Petrarca, col suo lungo soliloquio intorno a una passione esclusiva.

La concezione di fortuna la troviamo sempre nello stesso petrarca anche nella canzone CXXVIII del Canzoniere.

Questa canzona fu composta nell’inverno 1344-1345 in occasione della guerra che infuriava intorno a Parma fra Obizzo d’Este e Filippino Gonzaga da una parte e Luchino Visconti dall’altra. Si tratta di un’esortazione ai signori italiani affinché si astengano dall’impiego di truppe mercenarie, consuetudine che, oltre a costituire un’onta per gli eredi della supremazia militare romana, contribuiva a creare le premesse delle guerre fratricide che dilaniavano l’Italia.

Sferzante e sarcastico nell’additare le pesanti responsabilità dei potenti, il tono si fa orgoglioso nel ricordo delle antiche glorie, e accorato e solenne nell’atto di esortare i nuovi principi a seguire le virtù:il magistrale intreccio di una tale varietà di registri, insieme con l’altissima qualità letteraria delle immagini e della forma linguistica, fecero di questa lirica un testo esemplare un modello di poesia politica, ammirato e imitato per secoli.

GIOVANNI BOCCACCIO (Firenze o Certaldo 1313- Certaldo 1375)

Il Decameron

L'opera maggiore di Boccaccio è il Decameron (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351), raccolta di cento novelle inserite in una cornice narrativa comune che prende le mosse da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici si rifugia in una villa fuori Firenze. Sette donne e tre uomini trascorrono dieci giornate (da cui il titolo dell'opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno. Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare. Gli argomenti sono di carattere diverso e in questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale (nobili, "borghesi", popolani), laici e religiosi, figure di tutte le età. È un vero e proprio universo ispirato alla realtà soprattutto toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d'italia - a Napoli soprattutto - e in paesi lontani), senza limitazioni nè di carattere morale, nè culturale. Vi sono infatti nobili e mascalzoni, amanti ingegnosi e uomini poveri di spirito, donne fedeli beffate e spregiudicate figure femminili, personaggi storici e di invenzione. Così, le condotte degli eroi sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale.

Decameron: seconda giornata

Nell'assegnare il tema della seconda giornata, e cominciando, com'essa dice « a restringere dentro ad alcun termine quello di che dobbiamo novellare », Filomena spiega brevemente che, dato « che dal principio del mondo gli uomini sieno stati da diversi casi della Fortuna menati, e saranno fino alla fine, ciascun debba dire sopra questo: chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla speranza, riuscito a lieto fine ».

L’argomento quindi è quello del potere della fortuna o del caso che sottopongono gli uomini a incredibili avventure; però si considerano qui solo quelle che si concludono a lieto fine.
È la giornata di Landolfo Rufolo, di Andreuccio da Perugia, della sposa del re del Garbo..., le più belle storie avventurose: le anima un senso di odissea, l'intimo sapore di una vita mutevole, circonfusa di quest'aer dolce che del sol s'allegra; ed è forse la prova più spensierata dell'arte del Boccaccio, che prima del Decameron non aveva conosciuto se non due muse, la fatica e la voluttà.
La favola diviene la stessa « forma » del carattere; questi eroi sono tutti a fiore dei loro atti: nuotano sull'onda, e quando sono giunti a riva la loro storia è compiuta: se ne vanno, come Landolfo, a vendere le loro gemme, ed a comprarsi una casa: sull'architrave, potranno scrivere anch'essi « Alla giornata ».
Il mito, il nume della Fortuna ebbe per tutto il Medioevo una sua consistenza: dall'immaginetta simbolica della ruota (già figurata in una pagina di Boezio) si giunge fin su al cielo dantesco; e Dante pone la Fortuna cogli angeli, « con l'altre prime creature lieta » a volgere la sua sfera, a dirigere la vicenda dei beni terreni.
Per il Boccaccio, essa costituisce la trama di ogni vita, umile od illustre... Nefile prosegue nello stesso argomento e soltanto ne limita la larghezza: « sì perché più tempo da pensare avete e sì perché sarà ancora più bello che un poco si stringa del novellare la licenzia e che sopra uno de' molti fatti della Fortuna si dica ». Il collegamento è esplicito, se anche nel tema e nello sviluppo della terza giornata prevalga un elemento nuovo, quello dell'« industria »,. onde l'uomo collabora colle vicende del caso.

NICCOLO’ MACHIAVELLI (Firenze 1469-1527)

Il Principe

La stesura del Principe nasce dalla volontà di proporre un progetto politico di immediata attuazione per far fronte al precipitare degli eventi storici italiani. Proponendosi come intervento sulla realtà concreta, l'opera esclude la forma di governo della repubblica, occupandosi solo del principato assoluto come unico rimedio possibile alla decadenza della nazione.

Ne deriva la dedica a Lorenzo de' Medici, in seguito nominato duca d'Urbino, che però delude le aspettative di Machiavelli e l'ardore con il quale nell'ultimo capitolo si fa appello alla virtù di un principe che possa prendere il controllo della situazione e risollevare le sorti dell'Italia.

Secondo Machiavelli occorre dunque educare un principe di eccezionali virtù, spregiudicato e disposto a tutto pur di salvare lo stato, capace di lottare contro le avverse condizioni e la cieca fortuna, elemento inevitabile nello scorrere e determinarsi della storia. Per far ciò si devono prendere le mosse dagli esempi dei personaggi della storia passata e contemporanea (Ciro, Mosè, Teseo, ma anche Cesare Borgia e Ferdinando di Spagna).

Disegno

Calibro

Si tratta di uno strumento realizzato in acciaio inossidabile, ben lavorato meccanicamente e costituto essenzialmente di un regolo su cui può scorrere un cursore (v. Figura 1).

Con esso si possono misurare:

1) le dimensioni esterne, a, di un oggetto posto tra le ganasce A

2) le dimensioni interne, b, per mezzo delle ganasce B

3) la distanza, c, tra due livelli di un oggetto, individuata dalla parte estrema del regolo, C, e dall'estremo di un'asticella solidale al cursore, D.

Le misure vengono lette su una scala millimetrata incisa sulla parte fissa del calibro in coincidenza con una incisione sul cursore, cosicché Dl = 0.5 mm. Tuttavia, poiché la lavorazione meccanica è cosi accurata da consentire una deviazione standard per lo strumento sensibilmente minore di questo valore, si può ottenere un valore di Dl confrontabile con la deviazione standard dello strumento mediante l'uso del nonio (v. Figura 2), Questo è costituito da una serie di n incisioni equidistanti poste sul cursore la prima delle quali è quella di cui si è gia parlato. La distanza, d, tra due suddivisioni del nonio è tale che, detta D la distanza tra due suddivisioni sulla scala fissa del regolo, sia perciò se la prima divisione di riferimento del nonio (zero del nonio) coincide con una divisione della scala, la prima divisione del nonio si troverà arretrata di D/n rispetto alla successiva della scala, la seconda di 2.D/n, la terza di 3.D/n, ecc. Se invece è per es. la terza divisione del nonio che coincide con una della scala, la seconda divisione del nonio avrà sorpassato la precedente divisione della scala di D/n, la prima di 2.D/n e lo zero del nonio di 3.D/n.

In generale, quindi, se effettuando una misura si ha che è la k-esima divisione del nonio che meglio coincide con una qualsiasi della scala, il valore della misura è dato dalla divisione della scala che precede immediatamente lo zero del nonio, più k.D/n. Si ha quindi Dl ' = Dl / n = (0.5 mm/ n). In Figura 2 è rappresentato un nonio ventesimale (n=20) nella posizione in cui la misura è 0.000 cm e nella posizione in cui la misura è 0.260 cm. Nell'uso del calibro occorre fare attenzione a due possibili errori sistematici:

1) eventuale presenza tra l'oggetto in misura e le ganasce di piccoli corpi, come per es., frammenti di vernice, polvere, limatura metallica, ecc., dà misure sistematicamente maggiori per dimensioni esterne, minori per quelle interne.

2) esercitare una pressione eccessiva nel fare aderire le ganasce all'oggetto può comportare, a seconda delle proprietà meccaniche di quest'ultimo, una sua deformazione che provoca errori sistematici in senso opposto a quelli precedenti.

Le incertezze sperimentali che non possono essere individuate attraverso la ripetizione delle misure sono dette sistematiche. In particolare si è definito errore sistematico la differenza tra il valore reale della grandezza in esame e il valore assunto dalla misura effettuata su di essa: ovviamente il valore reale della grandezza in genere non lo si conosce, altrimenti non avrebbe neppure senso effettuare la misura.
La principale peculiarità di questo tipo di errori è la loro difficile individuazione e valutazione in quanto, abbiamo detto, non sono riconoscibili attraverso la ripetizione delle misure: è compito quindi di chi esegue le misure accertare la presenza di tali errori in base ad una "sensibilità sperimentale" che si acquisisce soprattutto con la pratica.

Già da questi brevi cenni appare chiaro che il trattamento degli errori sistematici è tanto importante quanto delicato. La loro natura subdola, che "forza" la misura sempre nello stesso verso, ne rende difficile l'individuazione, nonostante ciò si conoscono le fonti principali di tali errori e qui di seguito ci limiteremo ad elencare le più importanti.

I metodi per individuare tali errori sono fondamentalmente due, dettati direttamente dalla natura dell'errore sistematico: o si ricorre ad una previsione teorica del fenomeno e la si confronta con le misure ottenute, oppure si eseguono ulteriori misure utilizzando apparati diversi che evidenzino la presenza (ma non sempre la natura) di tali errori.
Mentre attraverso il confronto con una previsione teorica può rimanere il dubbio che quest'ultima sia errata, ripetendo le misure con strumenti diversi, l'individuazione di possibili errori sistematici attraverso le discrepanze tra i valori ottenuti risulta molto più agevole.

1 Tipici esempi di difetti di funzionamento sono quelli relativi alla taratura dello strumento. Infatti il funzionamento del dispositivo in uso non appare alterato, ma viene a mancare la concordanza tra la sua risposta e il valore effettivo della grandezza. Per rendere chiaro quanto detto si pensi ad esempio alla marcia di un orologio il cui meccanismo periodico per la scansione della frequenza non sia regolato sulla frequenza corretta, oppure ad una bilancia a bracci uguali con il perno dei bracci in posizione non corretta o dove, a causa di polvere o del deterioramento delle strutture, le oscillazioni non possano avvenire liberamente. Entrambe questi apparati daranno dei risultati viziati da errori sistematici che andranno a influenzare il valore della misura sempre nello stesso verso: o in eccesso o in difetto. Quando si ripetono le misure con lo stesso strumento, l'influenza del difetto strumentale rimane celata allo sperimentatore che eventualmente noterà delle fluttuazioni dovute ad errori casuali, ma sarà difficilmente portato a dubitare dell'affidabilità dello strumento che sta usando

Gli errori introdotti dall'interazione strumento-sperimentatore sono forse i più facili da eliminare in quanto sono frutto, spesso, di disattenzioni dello sperimentatore. Per fare un esempio di disattenzione che possa dar origine ad errori sistematici, immaginate di prelevare una misura da uno strumento ad ago stando seduti di fianco ad esso. In questo modo, traguardando l'ago con la scala graduta dietro ad esso introdurrete un errore detto di "parallasse".
Per ovviare a questo problema, tipico degli strumenti ad ago, è stato ideato un piccolo stratagemma: si è applicato uno specchietto al di sotto della scala graduata in modo tale che, traguardando l'ago con la sua immagine riflessa fino a farli combaciare, si possa eliminare la parallasse.

Si noti che, anche attraverso questo stratagemma, non si riesce ad eliminare totalmente l'incertezza legata alla lettura del valore, poichè, per quanto ci si possa sforzare, non si riuscirà mai a posizionare gli occhi esattamente di fronte allo strumento. Persisteranno sempre delle piccole incertezze, riducibili usando un solo occhio per la lettura, ma non totalmente eliminabili.

l fatto che uno strumento, al momento del prelievo della misura, interagisce col sistema fisico di cui si vuol misurare una grandezza modificandone in maniera più o meno consistente alcuni parametri, non è affatto chiaro alla maggior parte degli studenti (...e non solo!).

Anche se per la verità la maggior parte degli strumenti è stata realizzata in modo tale da non influenzare in maniera sensibile la misura per la quale sono stati ideati, è bene che uno sperimentatore sia al corrente del possibile rischio di "falsare" la misura attraverso l'interazione del proprio strumento con il sistema.
Ma in che modo l'apparecchio di misura incide sul risultato del prelievo?

Per capirlo facciamo un esempio: supponiamo di voler misurare la temperatura di un liquido in un recipiente attraverso un termometro a mercurio. L'inserimento di quest'ultimo all'interno del fluido provocherà, nel caso che i due non si trovino alla stessa temperatura, un passaggio di calore dal corpo più caldo al corpo più freddo, modificando di conseguenza le temperature del termometro e del fluido.
Nel caso del termometro, valutare l'entità della perturbazione introdotta non è facile, mentre lo può essere in un altro caso, utile per la comprensione di questo tipo di problematica.

Immaginiamo un circuito percorso da corrente che per semplicità supporremo essere continua: se ora vogliamo misurare l'intensità della corrente che lo percorre inseriamo un tester in un punto qualunque del nostro circuito e registriamo il valore che viene visualizzato come valore effitivo della corrente nel circuito.
A questo punto cerchiamo di capire dove risiede l'inghippo: nel momento in cui inseriamo il tester nel circuito parte della corrente che attraversava quest'ultimo comincia a circolare nello strumento attraverso la sua resistenza interna. In questo modo, anche se la corrente che attraversa la resistenza interna è di solito trascurabile rispetto a quella che circola nel circuito, è facile intuire che la nostra misura sarà sempre una misura in difetto.

L'insorgere di errori sistematici dovuti ad errate condizioni di impiego della strumentazione è indipendente dalla presenza o meno di difetti insiti nella strumentazione stessa. Infatti con "errate condizioni di lavoro" si intendono tutte quelle situazioni in cui la taratura originale dello strumento viene meno. Questo accade, per strumenti quali, ad esempio, il calibro o il micrometro (palmer), quando si lavora a temperature lontane da quelle in cui sono stati tarati (di solito 20o centigradi): in questo caso, i materiali di cui sono composti risentono della dilatazione termica alterando cosi la lettura. Per ovviare a questo inconveniente a volte è il costruttore stesso che fornisce una tabella o un grafico dove sia evidenziato il comportamento dei materiali al variare della temperatura per corregere tali effetti

sabato 10 novembre 2007

filosofia

epicurei

Le filosofie post-aristoteliche, dette anche filosofie ellenistiche, focalizzarono il loro interesse su problematiche di ordine etico. In quell'età - l'Ellenismo (323 a.C. - 30 a.C.) - la filosofia definisce infatti in modo diverso il proprio compito. Fino ad Aristotele essa si era data come mèta la conoscenza del reale, scorgendo in essa il fine supremo del pensiero e della vita stessa; ora si accentua particolarmente l'ideale pratico, e compito specifico della filosofia diventa quello di indicare i contenuti e le condizioni di realizzabilità di una vita giusta e felice. Da qui la nascita delle tre grandi scuole filosofiche dell'Ellenismo: Epicureismo, Stoicismo e Scetticismo. Il fine che questi tre indirizzi avevano di vista era identico: quello di garantire all'uomo la tranquillità dello spirito. Ma le vie che essi additano per raggiungere tale fine erano molto diverse.

E' di Epicuro la celebre sentenza: "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana". Se la filosofia ha diritto di cittadinanza nel mondo degli uomini, ciò è dovuto alla sua capacità di placare le sofferenze che la vita comporta. Il valore della filosofia è dunque strumentale: il suo fine principale è di raggiungere la felicità. Epicuro ritiene infatti che la verità possa facilmente essere scoperta e compresa dall'uomo e che quindi la filosofia, come attività che ci permette di conoscere razionalmente la verità, sia alla portata di tutti ed abbia un carattere liberatorio. E' naturale quindi, come corollario, che la filosofia sia per tutti - uomini e donne - e per tutte le età. Coerentemente con questa tesi, le comunità epicuree erano aperte a tutti, senza distinzione di sesso o di condizione sociale. "Se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre", e la felicità è ottenibile da parte di tutti ed è per tutti. Per possederla però il giovane deve liberarsi dalle paure "per affrontare con coraggio l'avvenire", mentre il vecchio deve saper conservare i bei ricordi per rimanere giovane nello spirito. La filosofia si presenta sotto una duplice veste: da una parte insegna, attraverso la conoscenza della natura delle cose, a liberare la mente dalle inquietudini; dall'altra insegna a godere dei piaceri della vita. E' quello che Epicuro esprime nella sua dottrina del quadrifarmaco: la filosofia

1) libera l'uomo dalla paura degli dèi;

2) libera l'uomo dalla paura della morte;

3) dimostra la brevità e provvisorietà del dolore;

4) dimostra la facile raggiungibilità della felicità, che consiste nel piacere.

Vediamo uno per uno i singoli punti.

1) Per quanto riguarda il timore verso gli dèi, Epicuro sostiene che gli dèi di certo esistono, hanno forma simile all'umana ma più perfetta, ed abitano gli spazi vuoti tra i mondi (intermundia) che sono infiniti, ed in essi ogni cosa è composta di atomi e vuoto. L'uomo non deve avere paura degli dèi perché essi non si preoccupano né del mondo né tantomeno dell'uomo. Ogni preoccupazione sarebbe infatti contraria alla loro beatitudine giacché sarebbe una sorta di obbligo nei nostri confronti, mentre invece essi sono senza obblighi e beati. D'altra parte, nel mondo vi è il male e ciò indica che gli dèi non intervengono. Infatti -dice Epicuro - "la divinità o vuol togliere i mali o non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie?" (fram. 374 Usener). Perciò il saggio, liberato dalle superstizioni, può vivere con pienezza la sua vita terrena e attingere in questo modo la felicità.

2) La morte non deve essere temuta perché... non è nulla. "Quando ci siamo noi, la morte non c'è, e quando c'è la morte, non ci siamo noi", dice Epicuro. Inoltre, visto che la morte consiste nella separazione dell'anima dal corpo e visto che per Epicuro anche l'anima è materiale essendo composta da atomi, nel momento della morte, quando gli atomi si separano, ogni sensazione cessa, e noi non 'sentiamo' più nulla, né dolore né piacere. La morte è quindi semplice assenza di sensazioni, ed è dunque sciocco averne paura.

3) Per dimostrare la brevità del dolore, Epicuro afferma quanto segue: se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.

4) La felicità è facilmente raggiungibile e consiste nel piacere. Ma che cosa intende Epicuro per piacere? Per rispondere dobbiamo anzitutto dire che si assiste qui ad un clamoroso rovesciamento di valori e di fini: a differenza di Platonismo, Aristotelismo e anche Stoicismo (lo vedremo la prossima volta), il piacere viene considerato da Epicuro come il principio e il fine della vita felice. Direi di più: il piacere è il bene primo, connaturato con noi stessi. L'uomo quindi è felice secondo natura, a meno che non gli manchi qualcosa. Infatti il piacere è la felice sensazione di pienezza che l'uomo prova naturalmente se non lo limitano dei piaceri insoddisfatti. Tutto ciò che dobbiamo fare è mantenerci nel piacere, eliminando le cause che disperdono la pienezza del nostro essere. L'infelicità degli uomini deriva dal fatto che essi temono le cose che non devono essere temute e desiderano le cose che non è necessario desiderare e che sfuggono loro. Sono dunque privati dell'unico piacere autentico, che è il piacere di essere. Anziché rappresentarci i mali in anticipo per prepararci a subirli, dobbiamo, al contrario, staccare la nostra mente dalla visione delle cose dolorose e fissare lo sguardo sui piaceri. Occorre far rivivere il ricordo dei piaceri passati e godere dei piaceri del presente, riconoscendo quanto siano grandi e piacevoli tali piaceri del presente. Non tanto quindi vigilanza, quanto scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione e della serenità, ed una gratitudine profonda verso la natura e la vita che ci offrono incessantemente, se sappiamo trovarli, il piacere e la gioia ("Sia reso grazie alla beata natura che fece le cose necessarie facilmente procacciabili, quelle difficilmente procacciabili non necessarie"). Vivere nel momento presente è, ancora una volta, un invito alla distensione e alla serenità: la preoccupazione rivolta al futuro, che ci lacera, ci nasconde il valore incomparabile del semplice fatto di esistere. Inoltre, per gli Epicurei, proprio il piacere è una sorta di "esercizio spirituale": piacere intellettuale della contemplazione della natura, pensiero del piacere passato e presente, piacere infine dell'amicizia. Nell'esaltare l'amicizia, Epicuro assume a volte dei toni di pura poesia. Vi è per lui nella amicizia (philia) una serenità più profonda, superiore anche a quella dell'amore (eros), perché più facilmente si può conservare libera da sentimenti che procurano dolore come la gelosia o il dolore del distacco o la paura di non essere riamati.

L'atteggiamento di Epicuro verso gli altri uomini è riassumibile nella sua massima: "E' non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene anziché riceverlo". In questa massima, il piacere assurge a fondamento e a giustificazione della solidarietà fra tutti gli uomini. E infatti Diogene Laerzio ci testimonia l'affetto di Epicuro per i genitori, la sua fedeltà agli amici, il suo senso di solidarietà umana (cfr. Vite dei filosofi, X, 9).

Noi compiamo tutte le nostre azioni - dice Epicuro - al fine di non soffrire e di non avere l'animo turbato. Se ci troviamo già in questa condizione, non desideriamo nulla, perché nulla ci manca. E' questo l'obiettivo da raggiungere, è in questo che consiste la felicità o il piacere, e cioè appunto nella aponia (assenza di dolore fisico) e nella atarassia (assenza di dolore spirituale). E' qui il "segreto" della felicità degli dèi ed è questo il motivo per cui noi dobbiamo imitarli, anche se essi non si curano di noi. In altre parole, la felicità consiste nel piacere stabile, che è assenza di dolore, e non nel piacere in movimento, che sono i momenti di gioia, di allegria, e simili. Se è così, la pienezza del piacere si attinge nella caduta del desiderio. Non per nulla, per Epicuro, solo i desideri naturali e necessari vanno appagabili (quelli legati alla salute, alla vita, al piacere), mentre gli altri vanno limitati o abbandonati. Da questo punto di vista, è più felice un vecchio che un giovane. Dice infatti Epicuro: "Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; poiché il giovane nel fiore dell'età è mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse a vecchiezza come a tranquillo porto e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquilla gioia del ricordo".

Il piacere - in quanto sensazione interiore - deve essere posto come norma delle nostre affezioni. Il principio è il seguente: ogni piacere è di per sé un bene, ma non è detto che le sue conseguenze nel tempo siano vantaggiose per noi. Viceversa, ogni dolore è un male, ma non è detto che da un male non possa derivare un bene per noi. Quindi il piacere diventa la norma su cui giudicare le nostre azioni perché ci suggerisce cosa scegliere, spingendoci verso ciò che nel tempo ci è più favorevole. Solamente un accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non diventi schiavo né dei desideri né delle preoccupazioni, rinunciando ai piaceri da cui deriva un dolore maggiore (per fare un esempio attuale si pensi alle droghe o al fumo o al bere) e sopportare i dolori da cui potrà derivare un piacere maggiore. Insomma, per Epicuro il piacere è il bene completo e perfetto quando sia inteso come non aver dolore nel corpo né turbamento nell'animo. Per questo egli fa un elogio della phronesis (=saggezza, prudenza), considerata il fondamento di tutte le virtù. Essa ci abitua a contenere i desideri, a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivarne un male. Dice infatti Epicuro: "Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa, se non si realizza?". In conclusione, la vita sarà felice se saprà essere vissuta con saggezza, semplicità e giustizia. "Non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non vi è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, è questa è inseparabile dalle virtù".

Agli uomini del suo tempo, Epicuro ricordava che il vero bene è sempre e soltanto in noi. Il vero bene è la vita, e a mantenere la vita basta pochissimo, e quel poco è a disposizione di tutti, di ogni singolo uomo.

Dante e petrarca confronto (italiano)

Confronto fra Dante e Petrarca in base ai sonetti “Tanto gentile e tanto onesta pare” (Vita nuova) e “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” (Canzoniere)

Analogie fra i due testi:

In entrambi i testi è presente una descrizione fisica della donna; molto marginale in Dante, prevalente in Petrarca. Dante descrive lo sguardo, l’andatura e il saluto di Beatrice, Petrarca attacca con una descrizione dei capelli di Laura e prosegue descrivendone la luce degli occhi e rilevando come con il tempo essa stia diminuendo, le espressioni del viso che sembrano dimostrare attenzione per ciò che il poeta prova. Nelle due terzine Petrarca descrive l’incedere e la voce di Laura come fenomeni celestiali, e non terreni, e sembra quindi avvicinarsi alla corrente dello Stil Novo a cui appartiene Dante distaccandovisi poi con gli ultimi due versi nei quali, ribadendo l’azione del tempo sulla bellezza di Laura, si conferma però l’intensità dell’amore nei suoi confronti: il poeta parla addirittura di una ferita, quindi di un aspetto fisico, riguardante il corpo, che non si rimargina.

In Dante, invece, vediamo che gli aggettivi che egli attribuisce all’amata sono perlopiù riferiti alla spiritualità di Beatrice: “gentile” e “onesta” (v. 1), “benignamente d’umiltà vestuta” (v. 6), “piacente” (v. 9), “spirito soave pien d’amore” (v. 13). Questa componente spirituale è esplicitamente sottolineata dal poeta quando nei versi 7 e 8 scrive: “e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.”. Dante, a differenza di Petrarca che descrive gli effetti che Laura produce su di lui, rileva gli effetti che Beatrice produce sulle persone che incontra o che saluta: “ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare” (vv. 3 e 4), “sentendosi laudare” (v. 5), una lode che in lei non produce superbia, poiché è umile.

I testi sono entrambi sonetti, composti quindi da due quartine e due terzine di versi endecasillabi. Le rime sono incrociate (ABBA) nelle quartine mentre differiscono nell’ultima terzina.

Differenze fra i due testi:

Un’altra differenza oltre a quelle già evidenziate, riguarda l’uso del tempo. Dante usa infatti il presente, rilevando una visione atemporale, mentre Petrarca fa uso sia del presente che del passato: questo sta a significare che per Petrarca il tempo ha un valore e che egli si accorge dei mutamenti della realtà in relazione al tempo. Petrarca inoltre descrive i sentimenti provati nel corso del tempo, mentre Dante registra l’inadeguatezza delle parole a descrivere l’eccezionalità della presenza di Beatrice e degli effetti che produce: “Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi non la prova” (vv. 9, 10 e 11).

Contestualizzazione:

Le differenze riscontrate fra i due testi sono dovute alla forte appartenenza di Dante, nato nel 1265 e morto nel 1321, al Medioevo e allo stilnovismo, per cui vi era radicata in lui la convinzione che ogni verità fosse assoluta, indipendente dallo spazio e dal tempo. Dante infatti era fortemente ancorato ai valori religiosi, questo si vede dal fatto che considera Beatrice una creatura angelica, il cui amore lo porterà all’elevazione spirituale. Petrarca, nato nel 1304 e morto nel 1374, è invece considerato uno dei precursori dell’Umanesimo, insieme a Boccaccio. Egli è il poeta del contrasto: eternamente combattuto fra il dare importanza al lato fisico, al desiderio che lui prova nei confronti di Laura e dei vari aspetti della vita terrena – l’aria, l’oro, l’alloro, ricordati dal nome Laura - e il seguire l’esempio di Dante, nel ricercare esclusivamente la propria elevazione spirituale, in accezione strettamente religiosa.

colorazione di gram chimica

Colorazione di Gram.


OBIETTIVO: Saper esaminare un batterio utilizzando il metodo della colorazione semplice.

PRINCIPIO BIOLOGICO:

La colorazione di Gram ci permette di distinguere due grandi categorie di batteri: Gram positivi (Gram+) e Gram negativi (Gram-) che hanno una composizione della parete batterica diversa.

Il colore caratteristico dei batteri Gram positivi è il viola, mentre quello dei batteri Gram negativi è il rosso. I batteri Gram positivi hanno la parete spessa composta da peptidoglicano, che rende la parete impermeabile a vari trattamenti utilizzando vari coloranti, quali:

  • Violetto di Genziana;
  • Fucsina Basica;
  • Reattivo di Lugol che visualizza il colore all’interno;
  • Alcool;
  • Acqua distillata.

Morfologia dei batteri.

Il modo più semplice e comune per osservare la forma e l’aspetto dei batteri è quello di ricorrere all’allestimento di preparati microscopici colorati al loro esame mediante il microscopio ottico. I batteri manifestano 3 forme generali:

· Sferica;

· Cilindrica;

· Ricurva.

Le cellule sferiche o ovali sono dette cocchi. Quelle cilindriche o a bastoncino sono dette bacilli, mentre le forme ricurve sono dette vibrioni. Quando presentano un aspetto cilindrico incurvato e numerose curve sono detti spirilli.

Le cellule figlie spesso non si separano al termine della divisione, ma rimangono attaccate dando origine ad aggregati di cellule dette colonie.

I batteri con maggiore varietà di dispersione delle colonie sono i cocchi:

· Questi si possono presentare come diplococchi quando le cellule rimangono attaccate a due a due;

· Gli streptococchi quando le cellule rimangono attaccate a formare grappoli;

· Le sarcine quando formano aggregati geometrici di tipo cubico.

Le cellule batteriche presentano strutture fondamentali che sono la parete, la membrana plasmatica, la massa citoplasmatica e materiale nucleare.

MATERIALE UTILIZZATO:

1.vetrino porta-oggetti;

2.ansa;

3.becco Bunsen;

4.batterio;

5.pinza di legno;

6.colorante violetto di genziana;

7.colorante fuxina basica;

8.olio di cedro;

9.pipetta;

10.bacchette di vetro;

11.vaschetta di plastica;

12.acqua distillata contenuta nella spruzzetta;

13.microscopio;

14.alcol;

15.reattivo di Lugol.

PROCEDIMENTO:

L’esperienza ha avuto inizio prendendo l’uso di un vetrino porta-oggetti; al centro del vetrino è stata posta una goccia di acqua distillata. In contemporanea è stata presa una vaschetta di plastica aventi tra i due bordi, due bacchette di vetro; successivamente il vetrino è stato posato sopra le due bacchette poco distanti tra loro in modo da poter sorreggere quest’ultimo.

Arrivati fino a questo punto si è avuto inizio dell’esperienza procedendo con le fasi qui sotto elencate:

Distensione.

In un secondo tempo si è preso l’uso dell’ansa, una bacchetta di ferro avente la punta ripiegata a cerchio; la punta dell’ansa è stata sterilizzata ponendola sopra la fiamma del becco Bunsen, ed in seguito la si è fatta raffreddare; approfittando di questo momento, con la punta dell’ansa, si è potuto prelevare una piccola parte di batterio, contenuto in un piccolo contenitore, e la si è posta sopra il vetrino.

Essiccamento.

In questa fase il vetrino è stato posto sopra la fiamma del becco Bunsen mediante l’uso della pinza di legno; il vetrino viene così posto da poter fare dei movimenti rotatori affinché quest’ultimo si asciughi.

Fissazione.

Il materiale ( batterio ) posto sopra il vetrino è stato aderito con il vapore prodotto facendo passare il vetrino nella fiamma per tre volte.

Colorazione.

In quest’ultima fase il vetrino, ormai asciugato, è stato posato tra la due bacchette di vetro, poste sempre sopra la vaschetta; si è preso l’uso del violetto di genziana, cioè un colorante basico, il quale, con l’uso di una pipetta, è stato versato sopra il vetrino cui è stato fatto agire per un minuto, poi sono state versate gocce di colorante di Lugol e mettendo a contatto entrambi i coloranti, si è aspettato un altro minuto facendo in modo che quest’ultimo abbia potuto penetrare in tutte le cellule. Fatto ciò, si è potuto eliminare il colorante eseguendo la pulitura del vetrino facendo uso prima dell’alcool (nelle cellule Gram positive non entra, mentre in quelle negative porta via il colorante) e poi dell’acqua distillata contenuta nella spruzzetta ed il liquido posto sopra ad esso è stato gettato all’interno della vaschetta. Successivamente è stato asciugato il vetrino sulla parte alta della fiamma del becco Bunsen, poi si è utilizzato la fuxina basica ponendola sopra ad esso e aspettando un minuto affinché il liquido possa estendersi, si lava ancora una volta con il l’acqua distillata ed asciugata nuovamente con il becco Bunsen.ed infine è stata eseguita l’analisi al microscopio, con obiettivo 100, obiettivo a immersione al quale tra la lente e il vetrino viene interposta una goccia di liquido ad alto indice di rifrazione e cioè, in questo caso, olio di cedro.

CONCLUSIONI:

Svolta questa esperienza posso concludere che il procedimento è stato effettuato in un primo tempo con una parte di procedimento dell’esame a fresco e l’altra utilizzando i procedimenti della colorazione semplice, e cioè:

- distensione;

- essiccamento;

- fissazione;

- colorazione.

OSSERVAZIONI:

Posso sicuramente affermare che nei coloranti si sono evidenziati dei microbi, i quali sono per la maggior parte Gram positivi, e quindi abbiamo avuto a che fare con gli streptococchi perché le cellule sono rimaste attaccate formando grappoli.

La termologia relazione fisica

RELAZIONE N°

Titolo: La termologia

Scopo: Misura l’equivalente in acqua del calorimetro

Strumenti : 2 termometri (portata max 100 °C sensibilità 1 °C), calorimetro delle mescolanze , piastra elettrica , becker , H20.

Teoria :

La termologia studia gli scambi termici tra i corpi e capisce le trasformazioni e i trasferimenti di energia tra un sistema e l’altro.

  • Temperatura: la temperatura è un indice del grado di agitazione termica degli atomi o delle molecole che costituiscono un corpo; essa è quindi collegata al concetto di energia cinetica.
  • Calore: il calore è una modalità di trasferimento di energia. Esiste quindi una sostanziale differenza tra il concetto di calore e quello di temperatura.
  • Dilatazione termica: per misurare quanto un corpo è caldo o freddo bisogna ricorrere a un fenomeno che si ripete sempre nello stesso modo, cioè appunto le dilatazione termica; tutti i corpi quando vengono scaldati si dilatano, aumentano cioè il loro volume.
  • Termoscopio: strumento che sfrutta il fenomeno della dilatazione termica e che permette di verificare le variazioni di temperatura.
  • Termometro: strumento che permette di misurare quantitativamente lo stato termico di un corpo, vale a dire la sua temperatura.
  • Principio zero della termodinamica: permette di definire lo stato di equilibrio termico fra due corpi. Quando un corpo A caldo è posto a contatto con un corpo B freddo, dopo un certo periodo di tempo, i due corpi raggiungono l’equilibrio termico, cioè la stessa temperatura. Quando un corpo A è in equilibrio termico con un corpo T e dato un corpo B in equilibrio anch’esso con il corpo T, si dice che i corpi A e B sono in equilibrio tra loro.

Il calore:

Il calore è un trasferimento di energia tra due corpi che si trovano inizialmente a temperature diverse; il calore è quindi energia in transito.

Il transito del calore può avvenire per:

· CONDUZIONE: gli atomi o le molecole del corpo più caldo mediante urti trasmettono energia agli atomi o molecole del corpo più freddo. In questo modo le molecole del corpo caldo perdono energia cinetica che viene acquistata dal corpo freddo, fino a raggiungere un equilibrio.

· CONVEZIONE: in un fluido ha luogo una propagazione di calore per convezione. Mettendo un recipiente contenente acqua su una fiamma, lo strato di acqua che si riscalda per primo è quello a contatto con il fondo. A causa dell’aumento di temperatura quest’acqua si dilata; poiché la sua densità diminuisce, secondo la legge di Archimede sale verso la superficie. Intanto, sul fondo del recipiente scende dall’alto dell’acqua più fredda che subisce subito dopo il medesimo processo. Si producono così nel liquido delle correnti convettive. Poiché la propagazione di calore per convezione è dovuta a un movimento di materia, essa non può aver luogo in un corpo solido.

· IRRAGGIAMENTO: il calore oltre che nella materia si propaga anche nel vuoto. Il che dal Sole arriva sulla Terra attraverso uno spazio privo di materia si propaga infatti per irraggiamento. Irraggiare significa emettere radiazioni.

Il calore, essendo energia che si trasferisce da un corpo caldo a uno freddo, si misura nel sistema internazionale in joule. Spesso viene usata anche un’altra unità di misura, la caloria. Essa è la quantità di energia necessaria per innalzare la temperatura di 1 g di acqua distillata da 14,5°C a 15,5°C alla pressione di ! atmosfera.

1 cal = 4,186 J (relazione tra caloria e joule)

Relazione fondamentale della termologia:

Il calore scambiato da un corpo è proporzionale alla massa del corpo, alla variazione di temperatura del corpo, e la costante di proporzionalità è distinta dal simbolo c (Q ¸ mΔt):

Q = ΔE = cm Δt

dove m indica la massa del corpo e Δt la variazione di temperatura; c è una costante di proporzionalità che assume il nome di calore specifico.

Il calore specifico di un corpo è la quantità di calore necessaria che un corpo di massa unitaria (1 kg) deve scambiare (cioè cedere o assorbire) per avere una variazione unitaria di temperatura.

cm = C

Con il simbolo C invece si intende la capacità termica, cioè la grandezza che misura quanta energia è necessaria per aumentare di 1 K (o di 1°C) la temperatura di un corpo.

Schema di montaggio :


Conclusioni:

Il risultato ottenuto nella misura dell'equivalente in acqua del calorimetro è inficiato da un elevato margine di incertezza, ragion per cui si è ritenuto opportuno utilizzare per la misura successiva il valore fornito dal costruttore. Sull'errore ha influito la scelta di attribuire alle misure di temperatura incertezze pari alla sensibilità degli strumenti utilizzati, quando si sarebbe potuto dimezzarle. Tuttavia, data la parallasse in fase di lettura e la difficoltà di effettuare rilevazioni su un sistema in movimento, una tale scelta sottostimerebbe le condizioni fattuali in cui si è svolta l'esperienza.

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