giovedì 4 febbraio 2010
Nuovosito
giovedì 14 gennaio 2010
Riassunto capitolo 8 promessi sposi
Riassunto capito 7 dei promessi sposi
Riassunto capito 6 promessi sposi
Con tatto e diplomazia, fra Cristoforo chiede a don Rodrigo di far cessare le persecuzioni contro Lucia e di permettere il matrimonio tra i due promessi sposi. Il nobile reagisce però violentemente accusando il frate di nutrire un equivoco interesse per la ragazza. Il colloquio si trasforma così in un duello verbale nel quale fra Cristoforo predice al suo antagonista il compiersi della giustizia divina (verrà un giorno). Al termine il frate viene cacciato. La sua missione è fallita, ma don Rodrigo rimane scosso dalle minacciose profezie del cappuccino. Uscendo dal palazzotto per andare verso casa di Lucia, il frate incontra il vecchio servitore che l'aveva accolto al suo ingresso. Quest'ultimo dice a fra Cristoforo di avere delle rivelazioni da fargli e gli dà appuntamento per l'indomani al convento. Agnese propone a Renzo e Lucia, di effettuare il matrimonio di sorpresa, di presentarsi cioè davanti al parroco con due testimoni e di pronunciare la formula del matrimonio. Sebbene celebrato contro la volontà del parroco, questo matrimonio avrebbe valore a tutti gli effetti. Renzo si mostra entusiasta, ma Lucia è contraria al progetto poiché esso prevede dei sotterfugi. Renzo, in cerca dei testimoni per il matrimonio di sorpresa, si reca a casa di Tonio. Quando arriva, l'intera famiglia (Tonio, il fratello, l'anziana madre, la moglie e i figli) è riunita in attesa di una povera polenta. Renzo, rifiutando l'invito a trattenersi, conduce l'uomo all'osteria e lì gli chiede di far da testimone al matrimonio. In cambio del favore, Renzo gli offre del denaro per pagare un debito contratto con don Abbondio. Tonio accetta e propone suo fratello Gervaso come secondo testimone. Renzo torna da Lucia e tenta nuovamente di convincerla ad accettare il "piano" della madre. Nel frattempo si avvertono i passi di fra Cristoforo, giunto per riferire gli esiti del colloquio con don Rodrigo.
martedì 5 gennaio 2010
Riassunto tommaso d'acquino
Riassunto filosofo david HUME
Il filosofo scozzese David Hume si colloca sul filone dell'empirismo inglese e la sua filosofia finisce per avere un esito scettico. La prima grande distinzione che egli effettua nell'ambito delle percezioni é tra impressioni ed idee; se Locke definiva idea qualsiasi contenuto della mente, Hume preferisce distinguere le impressioni dalle idee, risolvendo il tutto in una questione di vivacità. Nel momento in cui vedo il libro, ossia mentre ce l'ho davanti agli occhi, ne ho una percezione vivissima, che Hume chiama impressione; quando poi mi allontano dal libro e non ne ho più percezione attuale, tuttavia in qualche modo lo percepisco, in maniera depotenziata e più debole rispetto a quando ce l'avevo davanti agli occhi: ho l' idea del libro, non più l'impressione. In altre parole, si ha impressione quando si percepisce attualmente, quando cioè si ha una percezione vivacissima; si ha invece l'idea quando si ha un ricordo, una percezione sbiadita, non più vivacissima. Tuttavia il processo non é per il filosofo scozzese risolvibile solo in una questione di presenza dell'oggetto di cui si hanno percezioni; e per questo egli invita a provare ad analizzare ciò che si sta percependo: non si può dire con certezza di avere il libro davanti agli occhi e quindi l'impressione e poi, quando esso non c'é più, solo l'idea; si potrà con certezza affermare che in quel dato momento si ha percezione vivace (impressione) di un qualcosa, poi, quando si é affievolita, pur essendo lo stesso il contenuto, l'ho ancora, ma meno vivace, più sbiadito: é cioè un'idea. Ridurre il tutto ad una pura e semplice questione di presenza (c'é il libro, ho impressione; non c'é, ho idea) é già interpretare gli stessi concetti di idea e di impressione, dovuto al fatto che quando ho impressione la vivacità si accompagna psicologicamente alla convinzione dell'esistenza attuale della cosa (nel nostro caso il libro). Bisogna però chiarire che cosa significa che una cosa esiste e a proposito Hume introduce un discorso che avrà la sua influenza sullo stesso Kant: il pensatore scozzese non accetta la definizione di esistenza data nel Medioevo da Anselmo da Aosta, a parere del quale l'esistenza era caratteristica del concetto. Per Hume, al contrario, l'esistenza non fa parte del contenuto del concetto, é solo una maggiore o minore vivacità con cui la percezione si presenta. L'ippogrifo non esiste e, secondo Hume, non per questo un ipotetico ippogrifo esistente avrebbe contenuto diverso: il concetto di ippogrifo é completo sia che l'ippogrifo esista sia che non esista. E d'altronde se all'improvviso si estinguessero le giraffe, non per questo cambierebbe il concetto di giraffa. Ecco allora che l'esistenza é caratterizzata dalla vivacità con cui l'impressione si presenta: se immaginassimo di nascere adesso e di aprire per la prima volta gli occhi, non sapendo nulla del mondo, potremmo solo dire che percepiamo cose più vivacemente rispetto ad altre e poi che, per esperienza, le meno vivaci vengono sempre dopo alle più vivaci (il libro che era qui lo percepivo in modo vivace, poi non é più qui, me lo ricordo, lo percepisco cioè in modo meno vivace): se del libro non avessi avuto l'impressione, non poteri averne l'idea. Allora abbiamo percezioni, non tutte sono uguali e sappiamo che le idee stanno dopo le impressioni; ecco allora che l'esistenza é la convinzione psicologica connessa alla vivacità di una cosa: se ho percezione vivace del libro sono convinto che esista qualcosa fuori di me. L'esistenza consiste proprio nella vivacità di percezione. E in effetti già Locke aveva notato che se ho solo l'idea del libro senza avercelo in carne ed ossa davanti, posso supporre che esso esista ancora (anche se non lo vedo più), pur non avendone la certezza (potrebbe essere stato distrutto). E d'altronde questo é particolarmente evidente nei bambini: in presenza di un oggetto a loro gradito, essi sono felici, ma se l'oggetto viene nascosto essi piangono temendo che l'oggetto non ci sia più: e in fondo che cosa mi garantisce che il libro di cui ho impressione, che vedo cioè coi miei occhi, una volta che non lo vedo più e di lui ho solo l'idea, continui ad esistere? Ecco che Hume dovrà affrontare proprio questo problema: perchè noi abbiamo un atteggiamento diverso rispetto al bambino? Perchè di una cosa di cui abbiamo avuto impressione, quando ne abbiamo solo l'idea continuiamo ad essere convinti che esista? Perchè vedo il libro e quando mi giro dall'altra parte e non lo vedo più, continuo ad essere convinto che esso ci sia? L'atteggiamento di Hume sembra scivolare nello scetticismo più radicale: definire l'esistenza come convinzione psicologica irrazionale, infatti, sembra tipico dello scetticismo più rigoroso. Ed é proprio quel che fa Hume: vedo il libro e deduco che esista, mi volto e, non vedendolo più, continuo a credere che esista: é irrazionale, é la nostra mente stessa che é fatta così, in modo tale da credere che esista ciò di cui ho impressione. L'esistenza dell'intera realtà in fondo é indimostrabile per Hume: vediamo ciò che ci circonda e intuiamo immediatamente che esista: ma é una deduzione che esula dalla ragione. Ma con questo Hume non intende scivolare nello scetticismo e ci tiene a ribattere a quelli che glielo rinfacciano: é convinto che l'esistenza della realtà sia indimostrabile, ma non per questo non crede che la realtà che ci circonda non esista. Anzi, dice Hume, l'indimostrabilità e l'irrazionalità dell'esistenza della realtà non fa altro che sortire l'effetto opposto, ossia ci porta ancora di più a credere che la realtà esista proprio perchè lo si coglie con l'intuizione immediata, senza bisogno di ragionamenti razionali. E d'altronde tutti i filosofi medioevali che avevano provato a dimostrare l'esistenza di Dio in termini razionali avevano fatto fiasco: non é per via di un ragionamento, anche se ben condotto, che si arriva a credere in Dio: é una cosa che si sente dalla nascita, che va accettata con un atto di fede; e lo stesso é per la realtà che ci circonda, la cui esistenza va accettata con un atto di fede, senza dimostrazioni, accontentandoci del fatto che la nostra mente é propensa a credervi. E se l'esistenza del mondo fosse dimostrabile in termini razionali, in fondo, fa notare Hume, nessuno si lascerebbe convincere. Hume non intende mettere in forse l'esistenza del mondo esterno, come aveva fatto Cartesio, ma vuol far semplicemente notare che l'esistenza del mondo esterno non é dimostrabile ma non per questo per lui il mondo non esiste. Se Locke con la sua critica alla conoscibilità della sostanza aveva assestato un primo duro colpo alla metafisica, Hume può essere considerato il distruttore definitivo della metafisica: egli le fa crollare i due pilastri portanti, l'idea di sostanza e di causalità: secondo la concezione metafisica classica, infatti, il mondo non era altro che una serie di sostanze in rapporto causale tra di loro. E proprio criticando questi due concetti, di causalità e di sostanza, Hume farà crollare l'antico edificio della metafisica, aprendo gli occhi a Kant e svegliandolo dal suo sonno dogmatico: il filosofo scozzese, sostenendo la non ovvietà dei concetti di causalità e di sostanza ha svegliato Kant, il quale comunque non potrà condividere con Hume l'ingiustificabilità dei due concetti sostenuta dal pensatore scozzese. Anzi, per Kant si tratterà di due concetti che possono e devono essere fondati. Hume imposta la sua critica al concetto di sostanza partendo dalla definizione stessa di sostanza: si dice sostanza tutto ciò che per esistere non ha bisogno di null'altro all'infuori di sè. A dirmi che il libro é una sostanza é la convinzione stessa che esso esista di per sè, indipendentemente da me; certo se mi convincessi che esiste la percezione ma non la cosa fuori di me non parlerei di sostanza, ma di immagini virtuali (l'immagine libro, senza riscontro fuori di me) inviate alla mia mente. Occorre però porsi il problema: che cosa é che mi dà la convinzione che l'oggetto (il libro) esista indipendentemente da me? Per Hume é la convinzione della permanenza dell'oggetto, di cui ho avuto impressione (percezione vivace: ho visto il libro) e di cui ora ho solo l'idea (percezione depotenziata: mi ricordo il libro senza averlo più davanti). E così mi convinco dell'esistenza indipendente della cosa: sono cioè convinto che la cosa che ho visto (impressione) e che quindi so esistere, anche se non la percepisco più vivamente ma la ricordo solo, continui ad esistere, abbia cioè una permanenza di esistenza. Guardo il libro, lo percepisco, so che esiste, arrivo a dire che é una sostanza dotata di esistenza autonoma e arrivo a sostenere che abbia permanenza. La domanda successiva però é la seguente: e da dove nasce la convinzione dell'esistenza permanente della cosa? Chi mi garantisce che quando non ce l'ho più davanti il libro continui ad esistere? Questa domanda é a sua volta riconducibile alla seguente: se esistenza é vivacità di percezione (impressione), come mai continuo a credere che la cosa esista anche quando di essa non ho più una percezione vivace? So che il libro che mi sta davanti esiste perchè lo percepisco vivacemente, ma chi mi dice che continui ad esistere anche quando non mi sta più davanti agli occhi? A questo punto Hume, per poter rispondere alla domanda, introduce il concetto di abitudine: ho visto il libro (impressione), mi sono allontanato tenendolo a mente (idea), sono tornato e l'ho ritrovato: ha continuato ad esistere. Ecco allora che per Hume determinati fenomeni mentali sono legati all'abitudine: in questo caso, ad esempio, a forza di vedere alternarsi impressione e idea del medesimo oggetto (immaginiamo il libro sul tavolo: lo vedo, esco, torno e lo rivedo, poi ri-esco, torno e lo rivedo... ), l'abitudine fa sì che la convinzione dell'esistenza (che ho maturato intuitivamente dall'impressione) tenda ad estendersi anche all'idea. Nasce così il concetto di sostanza, il credere che una cosa esista anche se non la si percepisce vivacemente, quasi come se la nostra mente colmasse gli intervalli di tempo in cui non abbiamo impressioni, assicurandoci che la sostanza continua ad esistere. Per spiegare questo concetto Hume fa riferimento all'immagine del contagio: la vicinanza di idee e di impressioni di medesimo contenuto fa sì che le idee siano contagiate dalla vivacità delle impressioni, quasi come se con un processo osmotico: ho l'impressione del libro, sono convinto che esso esista, poi l'idea del libro viene contagiata dalla vivacità della percezione precedente e mi porta a credere che il libro esiste anche se non lo vedo. Ecco allora che ci saranno idee che ricevono vivacità dalle impressioni e ci danno convinzione di esistenza, ma non tutte le idee saranno di questo tipo: é evidente che nell'ambito della causalità non funziona; se vedo un fumo, penso che sia causato da un fuoco e posso pensare che tale fuoco esista, ma magari si é già estinto da parecchio e non esiste più. Hume nella sua critica all'idea di sostanza non accetta l'argomentazione lockiana per cui la sostanza, pur essendo inconoscibile, esiste ed é, come un puntaspilli, ciò che tiene unite certe caratteristiche che si presentano costantemente insieme ai miei occhi. La concezione di Locke viene scartata da Hume proprio perchè, in fondo, non c'é nulla che mi vieti di pensare che le idee semplici (blu, forma parallelepipedo, odore cartaceo... ) siano legate direttamente tra loro in un'idea complessa (il libro, unione delle idee semplici citate) e non da una cosa comune a noi ignota (la sostanza). La sostanza é inconoscibile proprio perchè non esiste. E questa stessa negazione della sostanza porta Hume alla critica dell'io, che in fondo é una forma di sostanza: in termini lockiani, non sappiamo che cosa sia la sostanza io (come tutte le altre sostanze), ma sappiamo che c'é perchè tiene unite tutte le caratteristiche che ad essa ineriscono (pensare questo, percepire quello... ). Parlare di "io" é solo un modo di esprimersi che non trova fondatezza nella realtà proprio perchè non c'é nessuna sostanza "io". Proviamo a fare un esperimento mentale: togliamo tutti i contenuti che ineriscono alla sostanza io; non rimane più niente, neanche l'io. Il nostro errore sta proprio nell'essere convinti che il nostro io (come se esistesse un qualcosa a monte di tutto) abbia caratteristiche, pur essendo lui una cosa a parte. Ma per Hume l'io non é altro che un fascio di percezioni: l'io é dato solo dall'unione di queste percezioni senza le quali non esisterebbe. Nell'Ottocento Nietzsche dirà che pensiamo le idee, ma magari potrebbe benissimo essere che le idee si pensano tra loro, senza che esista un io, andando e venendo in noi, che siamo appunto il luogo in cui esse si incontrano. Hume a riguardo si avvale anche di un'altra efficace immagine: la mente umana é un palcoscenico su cui passano le idee, anzi, a essere precisi, il palcoscenico non c'é neanche. Ed é interessante notare che Hume voleva presentarsi come uno Newton della psicologia: se il grande scienziato inglese aveva scoperto una legge fondamentale (la gravitazione universale), Hume ritiene di poter fare la stessa cosa per il mondo psicologico: le singole percezioni sono atomi psicologici, retti da leggi analoghe a quelle che Newton aveva attribuito ai corpi fisici: le percezioni avranno allora la proprietà di attrazione, di opposizione e avremo idee che si attraggono a vicenda, altre che si respingono. La scienza moderna ha senz'altro riconosciuto un merito a Hume riscontrando la veridicità della sua teoria dell'io come fascio di percezioni in alcuni tipi di serpenti. Smontata e distrutta la sostanza, Hume si accinge a fare altrettanto con la causalità: che cosa significa che una causa produce un effetto? Spesso il rapporto causale finiamo per considerarlo come un rapporto produttivo: A causa B, quasi come se lo producesse. Ma dire che A causa B é un modo superficiale di analizzare il fatto: é causa di B ogni volta che riteniamo che ad A segua sempre necessariamente B, quando cioè la presenza di B implica quella di A. Ma così la causalità si riduce a successione costante: ogni volta che c'é B ci deve anche essere A che l'ha causato, anche se non constato di persona che A ha causato B. Ma siamo di fronte ad un problema analogo a quello della sostanza: oltre ad avere la convinzione che esistano come sostanze B e A, avrò anche quella che B deriva sempre da A, anche quando A non lo vedo. Ed é ancora una volta l'abitudine che mi porta alla convinzione che se c'é B ci deve essere stato A: l'abitudine a vedere che B segue necessariamente A. A questo punto occorre tener presente quella distinzione attuata da Leibniz tra verità di ragione (la somma degli angoli interni di un triangolo vale 180 gradi) e verità di fatto (Cesare ha attraversato il Rubicone): Hume, riprendendo questi due concetti, li chiama rispettivamente relazioni tra idee (le verità di ragione) e materie di fatto (le verità di fatto). L'uomo nelle relazioni di idee può dedurre il predicato dal soggetto (il triangolo ha la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi: se non l'avesse non sarebbe un triangolo!), ma non può fare questo nelle materie di fatto (che Cesare abbia attraversato il Rubicone non lo posso dedurre dall'essenza del soggetto Cesare: lo so perchè l'han detto gli storici). Ecco allora che Hume si pone il quesito: la causalità é una relazione tra idee o una materia di fatto? Se fosse una semplice relazione tra idee, ossia se nel soggetto (triangolo) fosse già implicito il predicato (l'avere la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi), allora il primo uomo venuto al mondo dall'essenza stessa del fuoco avrebbe dovuto capire che bruciava: ma evidentemente non é andata così, al contrario, l'uomo non ha capito che il fuoco bruciava finchè non ha messo la mano sul fuoco e non se ne é accorto. Pare quindi che si tratti di una materia di fatto, non deducibile dall'essenza stessa del soggetto: finchè non lo provo empiricamente o non me lo dicono, non potrò mai sapere se il fuoco brucia. Ma in realtà non é così: il fuoco brucia perchè una o più volte mi sono scottato, l'ho cioè provato sulla mia pelle. Ma non per questo posso dedurre che il fuoco causa il bruciore: le esperienze (per definizioni) sono sempre testimoni di ciò che é accaduto, mai di quel che accadrà: mettere una o due volte la mano sul fuoco, non mi dice, a rigore, che cosa mi capiterà quando metterò la mano sul fuoco: mi dice solo quel che é successo quando l'ho messa. Per fare un esempio che rende meglio l'idea: constato che i cigni sono bianchi perchè tutti quelli presi in considerazione lo sono, ma nulla mi dice che siano solo bianchi (e infatti esistono anche cigni neri in Oriente). L'esperienza lo é solo del passato. Il concetto di causalità, come quello di esistenza, non é razionalmente fondato: non é nè relazione tra idee nè materia di fatto; ma questo non toglie nulla all'idea istintiva che ho, ossia che A causi B. Ecco che ancora una volta la credenza istintiva in certe verità é innegabile, dettata dalla struttura stessa della mente umana: il mondo per Hume esiste, così come per lui A causa B. Ma se non é razionale, come nasce la convinzione? Per abitudine. Dunque la causalità viene ricondotta da Hume a pura e semplice successione regolare: diciamo che A causa B poichè vediamo che dopo A viene B e ci sentiamo dunque autorizzati, alla presenza di B, a dire che c'é stato A. Ma, é evidente, si tratta solo di una successione regolare, ossia dopo A viene regolarmente B. Il rapporto di causalità non é nè una materia di fatto nè di relazione: non si può predire l'effetto della cosa in questione dall'essenza della medesima (non so che il fuoco brucia finchè non lo tocco con mano) e se uno constata empiricamente l'effetto, può dire che é andata così, ma non é del tutto lecito dire che in futuro andrà ancora così (mi son bruciato mettendo la mano sul fuoco, ma non c'é nulla che mi garantisca che rimettendola mi bruci nuovamente): Hume fa l'esempio del sole, facendo notare come non ci sia nulla che ci garantisca ogni mattina il suo sorgere. Questo non vuol dire che posso tranquillamente mettere la mano sul Fuoco, ossia che posso dubitare che dal fuoco derivi il bruciare, tuttavia significa che il rapporto di causalità non é razionalmente dimostrabile. E allora come nasce la convinzione del rapporto di causalità? Come posso essere convinto che mettendo la mano sul fuoco, esso mi brucerà? Come accennavamo, Hume intende proporsi come uno Newton della psicologia, una psicologia associazionistica: come per l'atomismo ci sono parti elementari e forze che le aggregano, così per l'associazionismo vi sono percezioni che si radunano nell'io (fascio di percezioni), una sorta di "luogo psichico", in cui le percezioni si attraggono e si respingono secondo alcune leggi, le cui più importanti sono la legge di contiguità e la legge di similitudine: la legge di contiguità dice che due percezioni percepite l'una vicina all'altra tenderanno ad attrarsi automaticamente nella mia mente: se ad esempio ho visto un libro su un tavolo in casa di un mio amico, e rivedo il medesimo libro in un altro luogo, esso mi fa tornare alla mente per contiguità il tavolo del mio amico e la sua stessa casa: é la vicinanza con cui le percezioni vengono acquisite che fa sì che, vedendo il libro, mi venga in mente il tavolo. La legge di similitudine é invece quella secondo la quale due percezioni possono richiamarsi, proprio come gli atomi: vedo la nebbia e per similitudine mi viene in mente il fumo. C'é poi il meccanismo della causalità, tale per cui quando vedo un fenomeno mi aspetto che ce ne sia stato un altro e che ce ne sarà un terzo: vedo B e sono convinto che ci sia stato A e che ci sarà C. In tutte e tre queste leggi (contiguità, similitudine, causalità) c'é l'impressione che richiama alla mente l'idea: nel caso della contiguità, vedo il libro e mi viene in mente l'idea del tavolo su cui era appoggiato; nel caso della legge di similitudine, vedo la nebbia e mi viene in mente l'idea del fumo; nel caso della legge di causalità, vedo il fumo e traggo la conseguenza che c'é stato il fuoco. Tuttavia il rapporto di causalità si differenzia dalle altre due leggi (contiguità e similitudine) perchè mentre le altre due conducono ad idee senza comportare l'esistenza (vedo il libro, mi viene in mente l'idea di tavolo, ma non c'entra niente l'esistenza del tavolo!), la legge di causalità porta ad una idea accompagnata dalla convinzione dell'esistenza della medesima: vedo il fumo, mi viene in mente l'idea del fuoco e sono convinto che il fuoco ci debba essere per forza stato, altrimenti non si spiegherebbe il fumo. Come mai sono portato ad attribuire esistenza con certezza ad un'idea? Anche qui entra in gioco il contagio, proprio come nell'idea di sostanza: là era l'alternanza di impressioni e idee che finiva per essere un flusso di percezioni in cui le idee diventavano (per contagio) impressioni; nella causalità, il fatto che io, vedendo il fumo, sia convinto che ci sia stato il fuoco deriva dal fatto che sono abituato a vedere la sequenza fuoco-fumo, ossia ogni volta che ho visto il fumo prima ho anche visto il fuoco. A forza di vedere sotto forma di impressioni (ossia dal vivo) questi due fenomeni (fuoco-fumo), nella mia mente finiscono per diventare un'impressione sola: e così quando vedo una delle due (ad esempio il fumo), automaticamente viene fuori anche l'altra (il fuoco) come idea ed é talmente legata alla prima (che mi appare come impressione: il fumo lo vedo coi miei occhi) che la vivacità dell'impressione si trasmette all'idea: vedo il fumo e dico con certezza che c'é stato il fuoco; vedo il fuoco e dico con certezza che ci sarà il fumo. E così si sfocia di nuovo nella credenza: il rapporto causale non é razionale, ma si fonda su una credenza, sul credere che ogni volta che c'é il fumo ci debba essere stato il fuoco. Hume respingeva le accuse di chi lo accusava di scetticismo: in effetti lui dice che il rapporto di causalità e l'idea di sostanza non hanno fondamenta razionali, ma sostiene altresì di essere convinto della loro esistenza, anzi, proprio per via della loro indimostrabilità razionale, finisce per crederci ancora di più, perchè in fondo l'atto di credere implica proprio un atto di fede. Tuttavia bisogna cercare di comprendere i suoi avversari, che gli imputavano l'accusa di scetticismo: dire che una cosa non é razionale, in fondo, vuol dire che tanto certa non é! Kant riconoscerà a Hume il merito di avergli fatto notare che il rapporto di causalità non é un' ovvietà: ma Kant non si limiterà a prendere atto di questo, bensì si prenderà la briga di rifondare quel rapporto di causalità smontato da Hume, tenendo appunto conto delle critiche mosse dal pensatore scozzese. Come Platone riprendeva i Sofisti per rifondare una verità solida, così Kant riprenderà Hume, convinto della necessità di avere rapporti causali solidi in natura, tenendo conto che la causalità va fondata razionalmente. E d'altronde con lo smontamento humeano della causalità o si rinuncia totalmente ad una scienza o la si rifonda da capo. Tuttavia, nonostante Kant senta l'esigenza di rifondare la causalità, possiamo affermare che Hume é un pensatore "più moderno" in quanto più vicino alle posizioni della fisica contemporanea, che tende a concepire i rapporti causali come probabilistici, e non del tutto perfetti. E questo in fondo era già presente in Hume, il quale sosteneva che in ultima istanza non é possibile attribuire valore assoluto alla causalità; Kant e Newton invece preferiscono una scienza che esprima rigorosamente i rapporti causali. Un discorso simile ai precedenti vale anche per l' etica humeana, che può essere sintetizzata nell'ormai famosa espressione (che sconvolse non poco i pensatori dell'epoca): "La ragione é, e deve solo essere, schiava delle passioni, e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di obbedire e di servire ad esse. " Se questa asserzione scandalizzò mezzo mondo, fu perchè era diametralmente opposta a quelle di tutti i filosofi fino ad allora esistiti: in fondo tutti erano oscillati tra un'abolizione razionale delle passioni o un misurazione razionale delle medesime: per Platone, Aristotele ed Epicuro le passioni andavano regolate, per gli Stoici abolite, il tutto con l'ausilio della ragione: e così Epicuro parlava di "calcolo razionale dei piaceri" e Platone ricorreva alla metafora della biga alata, secondo la quale l'auriga-ragione deve dominare e regolare i cavalli-passioni. Hume fa però notare che, a ben pensarci, la ragione non é in grado di dirci che cosa vogliamo e ci dice sempre e soltanto che cosa dobbiamo fare per ottenere quello che vogliamo: quello che vogliamo, tuttavia, esula dai dettami della ragione. Se uno vuole andare in vacanza ai tropici, la ragione gli indicherà la via per ottenere quel fine, suggerendogli di lavorare e di risparmiare denaro; ma quando gli si chiederà "perchè vuoi andare ai tropici", lui risponderà "perchè mi piace": non vi é una risposta razionale, é una passione. Il fine non é razionale, ma i mezzi per raggiungerlo sì, é la ragione stessa ad indicarceli. I fini ultimi sono per Hume dovuti al sentimento morale: ciò che vogliamo fare lo sentiamo immediatamente con istinto morale e non con la ragione; e ciò che ognuno é per sua natura portato a volere é il bene personale: Hume é convinto che l'uomo sia un essere egoista e antisociale (un pò come Hobbes); ma la vera grande novità introdotta da Hume é il giustificare con l'egoismo perfino l'altruismo! Il comportamento é legato ai sentimenti di piacere e di dolore, ossia ciascuno cerca il proprio piacere ed evita il proprio dolore. Il problema però deriva dal fatto che il piacere e il dolore, come molte altre cose nella filosofia humeana, finiscono per "contagiare": se uno soffre vedendo una persona che gli sta davanti e che a sua volta soffre poichè ha avuto un incidente, lo fa perchè la sofferenza é contagiosa, nel senso che a seconda della maggiore o della minore vicinanza con la persona che soffre ( o che prova piacere), il dolore (o il piacere) di quella persona si espande su di noi contagiandoci: vedo una persona che soffre e soffro anch'io per contagio; se cerco di aiutare tale persona, lo faccio solo perchè essa non soffra più e quindi perchè neanche io soffra più (per contagio). Questa azione apparentemente altruista é in realtà dettata dall'egoismo più profondo: faccio star bene uno per star bene io. Hume parlando di persone vicine cui diamo una mano perchè non soffrano più (per non soffrire più noi, a nostra volta) intende due diverse accezioni della parola "vicino": soffriamo quando vediamo una persona magari a noi sconosciuta ma che ci é vicina fisicamente: ad esempio quando vediamo un mendicante; ma soffriamo anche quando sappiamo che una persona a noi vicina sentimentalmente (un parente) soffre, pur noi non vedendolo (magari abita lontanissimo). Tutto questo non ha nulla a che vedere con la ragione: é un sentimento morale. Sono le passioni che ci dicono che cosa vogliamo, sono egoistiche, ma fondano i comportamenti altruistici. La ragione ci suggerisce solo come raggiungere lo scopo prefissato dalle passioni. E anche a questo proposito Kant si opporrà a Hume rifondando razionalmente la morale e cercando di dimostrare che alcune scelte morali sono dettate dalla ragione; Kant distinguerà tra "imperativi ipotetici" e "imperativi categorici": gli ipotetici sono quelli del tipo "se..., allora... ": se vuoi far denaro, allora devi lavorare: e questo é quel che pensa Hume, non vi é cioè una spiegazione razionale al fatto di "voler far denaro" e la ragione ci può solo dire come fare (lavorare per fare denaro); tuttavia con gli imperativi categorici Kant prenderà le distanze da Hume proprio in quanto in questi imperativi non c'é il "se, allora", che presuppone la schiavitù della ragione alle passioni: nei categorici é la ragione stessa a dirmi "fai questo", indicandomi che cosa é giusto in assoluto.
Fisica: galileo principio di inerzia
Vita leonardo da vinci
Presso il Verrocchio ebbe la possibilità di foggiarsi una vasta capacità tecnica in più campi: apprese i rudimenti di pittura, scultura e arte orafa, e – si dice - raggiunse livelli di tale perfezione da riuscire a influenzare il maestro. Racconta infatti lo storico cinquecentesco Vasari che al Verrocchio fu commissionata la realizzazione di un Battesimo, tela oggi esposta al museo degli Uffizi a Firenze. Leonardo da Vinci “ allora giovanetto […] vi colorò un angelo di sua mano, il quale era molto meglio delle altre cose. Il che fu cagione che Andrea si risolvette a non voler toccare più pennelli”.L’aneddoto è senz’altro esagerato, ma ben allude alla particolarità dello stile arioso e delicato di Leonardo da Vinci, destinato a rivoluzionare profondamente l’intera arte italiana e europea.
Qualche anno più tardi, nel 1482, Leonardo da Vinci partì alla volta di Milano, dove lavorò per quasi un ventennio al servizio della corte di Ludovico il Moro: la città era una delle poche d’Europa a superare i 100 mila abitanti, e si trovava al centro di una regione potente e in espansione.
Passò poi, dal 1506 al 1513, al servizio del re di Francia.
Fu quindi la volta della Roma di Papa Leone X, in cui però non ricevette incarichi di grande spessore: nell’agosto del 1516, dopo aver ricevuto continui inviti dal re francese, suo fervente ammiratore, Leonardo da Vinci decise allora di trasferirsi in Francia, alla ricerca di nuovi spazi in cui esprimere la propria arte. Qui ricevette finalmente il trattamento principesco di cui si sentiva degno: gli fu infatti assegnato come dimora il magnifico castello di Cloux presso la residenza reale di Amboise, e conferito il titolo di “ Primo pittore, architetto e meccanico del re”, senz’alcun obbligo e con la piena libertà di dedicarsi agli studi e alla meditazione.
Leonardo da Vinci morì, dice la leggenda, tra le braccia del re che tanto l’aveva apprezzato. Era il 2 Maggio del 1519
Analisi dettagliata promessi sposi capitolo 3
La struttura
La struttura di questo capitolo è costituita da tre scene differenti:
Prima scena: La riunione in casa di Lucia
Seconda scena: Il colloquio di Renzo con il dottor Azzec****rbugli
Terza scena: La visita di fra Galdino ad Agnese e Lucia
Oltre a questa caratteristica possiamo trovare nel capitolo una struttura ad anello per quanto riguarda i personaggi e i rapporti che intercorrono tra di essi.
Di seguito vediamo, per ogni sequenza, i personaggi "interessati". La struttura è ad anello in quanto prima ed ultima sequenza coincidono.
Prima sequenza: Renzo-Lucia-Agnese
Seconda sequenza: Renzo-Serva del dottor Azzec****rbugli
Terza sequenza: Lucia-Angese-fra Galdino
Quarta sequenza: Renzi-Lucia-Agnese
Un'ultima caratteristica da tenere in conto è che per ogni sequenza vi sono sempre tre personaggi che vi partecipano.
Il tempo e lo spazio
Anche se al lettore può sembrare che sia passato molto tempo dall'incontro tra don Abbondio e i bravi, in realtà siamo a meno di 12 ore da questo incontro (che è avvenuto la sera di martedì 7 novembre): è la mattina di mercoledì 8 novembre. Questa sensazione è determinata dalla dilatazione del tempo causata dal fatto che gli avvenimenti dell'8 novembre occupano due capitoli; il secondo ed il terzo. Naturalmente non dobbiamo dimenticarci delle frequenti digressioni di vario genere e alcune descrizioni.
Per quanto riguarda lo spazio possiamo notare una dualità tra spazi interni (chiusi) ed esterni (aperti).
Nella prima categoria rientra la stanza a pianterreno della casa di Lucia; è il rifugio, il luogo tranquillo in cui regna la sicurezza.
Nella seconda invece rientra la strada per Lecco; qui Renzo è preda della rabbia e della disperazione. Un sentimento che cesserà di "vivere" in Renzo soltanto dopo la notte passata sull'Arno.
Per questa ragione lo spazio non è soltanto una scenografia alle azioni del romanzo, bensì un importante ritratto di una precisa situazione psicologica (tranquillità vs rabbia) e sensazioni (per questo vedere l'esordio del quarto capitolo in cui domina la malinconia).
Sempre nella seconda categoria rientra anche lo studio del dottor Azzec****rbugli, un ambiente in cui domina l'ingiustizia (anche qui abbiamo quindi un importanza notevole dello spazio che, come abbiamo già potuto vedere, non è ridotto a semplice cosa).
Le tecniche narrative
Manzoni è un maestro nell'utilizzare diverse tecniche narrative in un solo capitolo. Nel terzo infatti notiamo la compresenza del discorso indiretto ("E con voce rotta dal pianto raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava alla filanda..., le era passato innanzi don Rodrigo") e il discorso raccontato ("Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata, e v'andò").
Da non dimenticare ovviamente l'utilizzo del flash-back: Lucia racconta a Renzo e alla madre l'incontro e le molestie di don Rodrigo (quindi un racconto che riguarda fatti avvenuti in passato: flashback) con il duplice scopo di informare gli altri personaggi, e il lettore, di un avvenimento utile per capire la causa del rinvio delle nozze e per permettere al lettore di farsi un'idea più precisa del personaggio di don Rodrigo.
I personaggi e le tematiche
Iniziamo dalle tematiche dominanti di questo terzo capitolo. La principale non solo del capitolo, ma dell'intero romanzo, è la giustizia che si materializza nella figura del dottor Azzec****rbugli. L'avvocato "alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia" (la descrizione di Agnese) rappresenta l'àncora di salvezza per i popolani. La rozzezza paesana si scontra contro la cultura dell'uomo di legge. Ma si tratta veramente di un vero uomo di legge? In teoria Azzec****rbugli avrebbe dovuto garantire il trionfo della giustizia sull'illegalità esercitata da don Rodrigo nelle ripetute molestia a Lucia. Al contrario, come accade nella vita reale (e Manzoni questo lo sa bene), il dottore si interessa alla legge solo perché gli suggerisce le trappole più efficaci per sottrarre i delinquenti alla giustizia.
Come don Abbondio, Azzec****rbugli ha il terrore di inimicarsi i potenti, non a caso, non appena sente la parole di don Rodrigo, abbandona Renzo al suo destino.
Questo comportamento viene duramente criticato dallo stesso Manzoni attraverso una feroce ironia che rappresenta Azzec****rbugli come un incapace che non riesce a capire la vera natura di Renzo: lui è una vittima, non un bravo come il dottore aveva inizialmente capito.
martedì 15 dicembre 2009
Promessi sposi riassunto capitolo 3
Intanto Lucia e Agnese si consultano nuovamente tra loro e decidono di chiedere aiuto anche a fra Cristoforo. In quel momento giunge fra Galdino, un umile frate laico, in cerca di noci per il convento di Pescarenico, lo stesso dove vive il padre Cristoforo. Per eludere le domande del fraticello circa il mancato matrimonio si porta il discorso sulla carestia; Galdino racconta allora un aneddoto riguardante un miracolo avvenuto in Romagna. Lucia dona a fra Galdino una gran quantità di noci affinché egli, non dovendo continuare la questua, possa recarsi subito al convento ed esaudire la sua richiesta di inviare presso di loro fra Cristoforo.
Cappuccini
Renzo fa quindi ritorno alla casa di Lucia e racconta il pessimo risultato del suo colloquio con Azzecca-garbugli. Tra Renzo e Agnese si accende una piccola discussione, subito placata da Lucia, circa la validi del consiglio di rivolgersi all'avvocato. Dopo alcuni sfoghi di Renzo ed altrettanti inviti alla calma da parte delle donne, il giovane torna a casa propria.
Promessi sposi riassunto capitolo 2
Promessi sposi riassunto capitolo 5
Geografia Asia
CARATTERISTICHE FISICHE: Se si osserva l’altitudine media dei continenti si nota che il continente asiatico è il più elevato; lo stesso vale per le cime e le catene montuose, che in Asia raggiungono le altezze maggiori della Terra; non meno giganteschi appaiono i corsi d’acqua, che scorrono per migliaia di chilometri
RILIEVI: Qui troviamo altipiani, catene e singole vette, che sono i più elevati del mondo. Le catene del KARAKORAM e dell’ HIMALAYA, che insieme a KUNLUN delimitano l’altopiano del TIBET, racchiudono quattordici cime che superano gli 8000 m. di altitudine: su tutte svetta l’ Everest 8846 m. (Tibet- Nepal), Dhaulagiri (Nepal), K2 (Cina-Karacorum). Si chiama K2 perché è la seconda vetta del Karacorum dopo l’Everest.
LAGHI: - Abbiamo il Mar Caspio ( che per dimensioni superta l’Italia) che costituisce il più vasto lago della Terra. Si tratta di un lago che è asiatico, ma anche europeo.
DEPRESSIONE DEL MAR MORTO: un lago situato tra Israele e la Giordania. Chiamato anticamente "Asfaltide", il mar Morto si trova nella depressione più profonda della Terra, a 413 metri sotto il livello del mare.
FIUMI DEL NORD= Ob, Enisey, Lena.(Fiumi ricchi d’acqua, ma gelati)
FIUMI DELL’OVEST= Amur, fiume giallo, Fiume Azzurro (regime irregolare, navigabili solo per alcuni tratti)
FIUMI DEL SUD= Indo, Gange e Bramaputra (ricchi d’acqua con regime costante perché alimentati dai ghiacciai dell’Himalaia)
FIUME AZZURRO= 5800 km= più lungo Asia
DEPRESSIONE DELTURFAN (CINA)
FOSSA DELLE MARIANNE= Si trova nell’intersezione tra Giappone, Filippine e Nuova Guinea Il punto più profondo arriva a 10.902 metri sotto il livello del mare 11° 21' nord di latitudine, e 142° 12' est di longitudine, vicino al Giappone.
Concetto di illuminismo
Luce che deve scacciare le tenebre dell’ignoranza e del pregiudizio
Sottoporre al libero esame critico della ragione tutte le manifestazioni della realtà
Rifiuto dell’autorità
Critica al passato (Medioevo)
Slancio ottimistico e orgogliosa coscienza delle proprie forze
Cosmopolitismo, filantropismo e tolleranza
Religione razionale (deismo)
Equilibrio tra ragione e natura, manifestazione della sensibilità, dell’affettività, della fantasia
Radici culturali (Copernico, Bacone, Galilei, Newton)
Radici sociali: borghesia emergente (soprattutto in Inghilterra)
In Inghilterra
Invenzione e organizzazione pratica delle nuove istituzioni
Alto tasso di alfabetizzazione e intensa circolazione di idee
Intellettuale inglese = ruolo sociale attivo, portavoce del consenso dell’opinione pubblica, mediatore tra i diversi ceti
Nascita del romanzo realistico: J.Swift ( I viaggi di Gulliver 1725) e D. Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe 1719 e Moll Flanders 1722)
Libertà di stampa e nascita del giornalismo: The Spectator
Nascita del romanzo epistolare: S.Richardson (Pamela 1740-42 e Clarissa 1748)
In Francia
Censura ecclesiastica e statale
Conflitto tra esigenze di innovazione (borghesia imprenditoriale) e di conservazione (aristocrazia e clero)
Pamphlets = brevi opere saggistiche dal taglio divulgativo per persuadere le intelligenze e smuovere le coscienze # potere assoluto dello Stato e opera educativa delle classi dominanti
Necessità di un progetto unitario e di coordinamento tra gli intellettuali
stesura della monumentale Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze e delle arti (1751-1780)
Filosofo= enciclopedista= illuminista
Coordinatori: Diderot e D’Alembert
Nuove fonti del sapere: non più religione rivelata e teologia, ma ricerca scientifica e filosofica
Ampio successo di pubblico (presenza di ampio e accurato apparato di tavole illustrative)
Diffusione di racconti fantastici e di novelle di ambientazione esotica per smascherare, attraverso l’uso dello straniamento, i luoghi comuni e l’ anormalità dei giudizi prevalenti (cfr. Montesquieu e le sue Lettere persiane 1721 e Voltaire e il suo Candido 1759)
Rousseau (il Contratto sociale e l’Emilio 1762): razionalismo empiristico, materialismo, ma soprattutto affermazione del valore fondamentale della sensibilità e del sentimento
In Italia
Varietà e frammentazione (legislazione confusa, contraddittoria e inefficiente; persistenza presenza privilegi ecclesiastici; consistenti residui di potere feudale; scarsissimo sviluppo attività economiche)
Presenza Austriaci più dinamica e moderna rispetto a Spagnoli
Relativa diminuzione della presenza straniera
Reazione al Marinismo a al Barocco: ritorno all’ordine della tradizione
Problema politico-culturale: dare agli intellettuali una forma di organizzazione; ricerca nella propria tradizione di elementi propulsivi per orientare in senso critico e costruttivo l’opera del letterato italiano: stretto legame tra tradizione letteraria e impegno civile
Problema estetico: dilettare con l’imitazione prendendo a base il vero
Problema etico-religioso: contro il principio di autorità, polemica antigesuitica; coscienza della necessità civile di un profondo rinnovamento religioso
Muratori 1672-1750(Rerum Italicarum scriptores, Antiquitates Italicae Medii Aevi e Annali d’Italia)e Giannone 1676-1748(Storia civile del regno di Napoli e Triregno):indagini storicogiuridiche con accertamento rigoroso dei fatti, vaglio critico dei giudizi tradizionali, confronto sistematico di dati
Vico 1668-1744 (I Princìpi di una scienza nuova): polemica antirazionalistica (# cartesianesimo e scientismo di derivazione galileiana); storia=vita del genere umano attraverso studio storico ed etimologico del linguaggio, depositario delle testimonianze dei miti, dei riti, delle istituzioni che hanno scandito le vicende collettive dell’umanità (età degli dei /fanciullezza [sensi]; età degli eroi /giovinezza [fantasia]; età degli uomini /maturità [ragione]); corsi e ricorsi storici
Arretratezza obiettiva e pubblico ristretto di eruditi, ma anticipazioni metodologiche e originalità (Repubblica dei letterati cfr. Enciclopedia di Diderot e D’Alembert e Accademia dei Pugni e dei Trasformati)
Debolezza obiettiva della borghesia imprenditoriale incapace di opporsi alla Chiesa e all’aristocrazia terriera, restie ad ogni innovazione significativa dell’assetto economico e sociale
Napoli: politica di riforme, inaugurata dai Borboni al potere dal 1734, tese a rivendicare i diritti dello stato (giurisdizionalismo) contro i secolari privilegi della Chiesa (Genovesi e le sue lezioni di economia politica in italiano e non in latino, Filangieri e la sua Scienza della legislazione 1780,Galiani)
Milano: dispotismo illuminato di Maria Teresa e di Giuseppe II svecchiamento strutture feudali, riorganizzazione apparato amministrativo e burocratico, incremento attività industriali e commerciali (fratelli Verri ,Beccaria e il suo Dei delitti e delle pene, “Il Caffè” 1764-66)
Inarrestabile perdita di prestigio delle accademie e delle corti, ma salotti delle case patrizie
martedì 24 novembre 2009
Parafrasi alcune poesie di ungaretti
Fratelli
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Parafrasi
Di che reggimento siete fratelli? Fratelli tremate nella notte. Una foglia è appena nata. Nell’aria sofferente, ribellione, istintiva dell’uomo consapevole della precarietà della sua esistenza. Fratelli.
Sono Una Creatura
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo
Parafrasi
Come questa pietra di S.Michele cosi fredda, cosi dura, cosi prosciugata, cosi resistente, cosi totalmente priva di vita.
Come questa pietra è il mio pianto che non si vede.
La morte si paga vivendo.
S. Martino Del Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E' il mio cuore
il paese più straziato
Parafrasi
Di queste case non è rimasto che qualche frammento di muro. Di tanti che scambiavano con me parole non è rimasto neppure un brandello. Ma nel cuore nessuna croce manca.
È il mio cuore il paese più straziato.
Spiegazione
La distruzione di un paese diventa, in questa lirica, l’emblema del dolore del fante-poeta, che sembra rivivere lo strazio provato, dopo la battaglia, di fronte alle rovine penose di San Martino del Carso: case ridotte a cumuli di macerie, con qualche brandello di muro ancora in piedi, persone (commilitoni e abitanti di quel paese) letteralmente dissolte dalle cannonate, ma presenti e vive nel cuore del poeta, un cuore straziato, proprio come quel paese, un cuore straziato dai ricordi brucianti di giorni di morte e di rovina. L’analogia tra paese e cuore è folgorante in questo senso. Nel precario confine tra la vita e la morte, quando ogni cosa può rovesciarsi nel suo opposto o scomparire per sempre, in un attimo, all’improvviso, San Martino del Carso diventa l’emblema della dialettica tra essere e nulla. Solo chi sopravvive a una tale tragedia, con il cuore come un cimitero pieno di croci, può “comprendere”, come il fante-poeta, e gridare al mondo il suo attaccamento alla vita.
L’immagine fragile del cuore straziato richiama quella iniziale del brandello di muro, racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore.
Veglia
Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Parafrasi
Un’intera nottata ha buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca contratta, rivolta alla luna piena, con le mani rese gonfie e livide dalla morte, penetrano nel mio silenzio; ho scritto lettere piene d’amore.
Non sono mai stato tanto attaccato alla vita.
Il tema della giustizia nei promessi sposi ottimo per saggi brevi
Nell’Italia del 600, sotto il dominio spagnolo, la giustizia nei comuni era piuttosto arbitraria e, come ci sottolinea l’autore, nelle mani dei più potenti. Succedeva, infatti, che gli unici ad essere vittime del sistema giudiziario fossero proprio i più bisognosi: gli umili e indifesi.
È evidente il desiderio dell’autore di denunciare e criticare la giustizia dell’epoca dal fatto che abbia scelto (per primo fra tutti) come protagonisti del suo romanzo proprio due semplici e umili contadini, che ci rappresentano e manifestano le angherie delle quali erano vittime i deboli dell’Italia secentesca.
Le istituzioni, certo, non negavano leggi e punizioni per angherie o soprusi commessi, anzi, queste erano parecchie, ma , molto spesso, venivano gestite e amministrate da giudici in modo piuttosto arbitrario; di fatto la giustizia nell’epoca secentesca era uno strumento, in più, al servizio dei potenti che consentiva loro di commettere ingiustizie essendo, spesso, coperti dalla legge e che condannava i più deboli e indifesi a subire.
La critica, del Manzoni, a riguardo si fa sentire con piccole sfumature in ogni capitolo.
A partire dal primo capitolo, quando l’autore traccia un generale quadro della situazione sotto il dominio straniero, e , tramite l’incontro di don Abbondio con i bravi, evidenzia la popolazione per lo più divisa tra oppressi e oppressori, e la condizione nella quale si trovavano i meno pavidi e coraggiosi che, per non essere vittime di tali angherie, erano costrette a raggrupparsi in corporazioni o a rifugiarsi sotto la protezione di una delle due più potenti classi sociali: la chiesa. Il piccolo clero locale era, tuttavia, impotente di fronte a tale prepotenza e presa di potere da parte dei nobili, ricchi e potenti, e viveva, quindi, in un continuo clima di terrore, spesso costretto ad atteggiamenti di servilismo.
La giustizia, all’epoca dei Promessi Sposi, era gestita dai potenti, i signorotti dei paesi che, tramite un considerevole numero di bravi (rifugiatisi sotto la loro protezione dopo aver commesso reati) al loro servizio, commettevano soprusi e angherie ed, inoltre, grazie il loro potere, corrompevano altri rappresentanti della giustizia o si facevano amici di altri potenti. I nobili molto spesso pretendevano di sostituirsi alla legge, di far coincidere le loro volontà con essa.
La dimostrazione lampante del sistema giudiziario secentesco l’abbiamo nel terzo capitolo, quando Renzo, consigliato da Agnese si reca dall‘avvocato soprannominato Azzeccagarbugli, nella speranza che questo possa perorare la sua causa. L’avvocato inizialmente, quando ancora crede che Renzo sia un bravo, gli espone tutte le strategie giuridiche per risolvere il problema, ma quando infine scopre che egli è la vittima e non il malfattore, e pertanto non un bravo, lo caccia con sgarbate parole. Azzeccagarbugli ha una professionalità distorta, è un servo del potere, un servo dell’amico e protettore don Rodrigo, del quale è solito difendere i bravi. In mano sua la legge è uno strumento ed è spregiudicato e abile nel manovrarla con artifizi verbali. L’avvocato è, in realtà, una figura piuttosto drammatica perché, attraverso lui, è rappresentata tutta la società corrotta del ‘600.
Nel quinto capitolo, invece, viene illustrato un banchetto fra nobili che ha luogo a casa di don Rodrigo, durante il quale vengono discusse, dai convitati (il cugino Attilio, l’avvocato Azzeccagarbugli, il podestà di Lecco e due sconosciuti), le tematiche più svariate. Durante il convito viene affrontata una discussione riguardo se fosse giusto o meno bastonare un portatore di una sfida. Sull’argomento si dimostrano piuttosto contrari il potestà, sfavorevole, e il conte Attilio, favorevole, che proseguono discutendo riguardo le regole della cavalleria.
La giustizia viene menzionata un’ultima volta nel sesto capitolo quando fra Cristoforo si reca a casa di don Rodrigo per chiedere un atto di giustizia, che viene prontamente rifiutato dal nobile, troppo orgoglioso, testardo e capriccioso.
In questi primi sei capitoli si può ben dedurre il pessimismo giuridico dell’autore e la sua scontentezza, delusione e critica riguardo la giustizia.
Manzoni, infatti, non crede che la giustizia possa attuarsi tra gli uomini, mentre egli sogna uno stato di diritto, dove tutti, compresi gli stessi governatori, siano tenuti a rispettare le stesse leggi, una società basata sui principi della rivoluzione francese, dell’illuminismo e sui valori cristiani.
A distanza di qualche secolo la giustizia nel mondo, o per lo meno in Italia, secondo me, non è poi molto cambiata. Esistono ancora giudici e avvocati corrotti da coloro che detengono maggiore potere e quindi più denaro, ed esistono ancora situazioni nelle quali, come nell’ambito della polizia, molte persone si proteggono vicendevolmente.
Credo che, comunque sia, certi fenomeni di corruzione o insufficienza della giustizia sia impossibile impedirli e, pertanto, condivido il pessimismo giuridico dell’autore, e anch’io continuo a pensare allo stato ideale come a uno stato di diritto, basato su principi di uguaglianza, fraternità e libertà.
Manzoni i caratteri dell'arte
1. Sapiente arte comica di Manzoni, che rappresenta, nel cap. VIII (del matrimonio a sorpresa) un brano di autentica commedia, con senso del ritmo, della suspence, dell’umorismo.
2. Fa notare il Bonora come Manzoni volutamente tenga il ritmo narrativo dell’azione al rallentatore negli attimi che precedono l’apparizione dei due fidanzati; sia per conferire alla scena la sua giusta andatura teatrale, sia per far sentire "quanto siano lunghi quei pochi minuti anche per i due, fidanzati, ai quali il tempo sembra essere segnato soltanto dal martellare del povero cuore di Lucia."
3. Sapiente arte psicologica e moralistica del Manzoni nell’analizzare il movente che spinge il sacrestano a sonar le campane in piena notte: "…trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio". Così Bonora: lo scrittore, giudice implacabile delle azioni dei suoi personaggi, ha ragione di cogliere il vero movente di questo eccesso di zelo.
4. La Provvidenza e il cristianesimo: "...non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. E’ una prova, figlioli: sopportatela con pazienza con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade", oppure "Prima che partiate, preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch’Egli ha voluto."
5. "Non tirava un alito di vento..." (c.VIII) Così Bonora: - la nota è tutta interessante anche per le osservazioni stilistiche per le quali Manzoni appare anticipatore di esperienze della prosa moderna - il gusto realistico del Manzoni si impone anche qui: l’occhio è attento a osservare, l’orecchio è pronto a percepire... E’ una prosa nutrita di verità e vibrante di intimo lirismo.
6. La conclusione dell’Addio: nell’intonazione corale di questa pagina stupenda il pensiero del Dio di bontà che "non turba mai ecc." suona dunque, più che come un’affermazione del poeta, come una grande e impersonale verità... è come se la presenza di Dio non ci fosse più rivelata sotto la volta angusta di una chiesa, ma sotto quella immensa del cielo (Bonora). Il commento di Bonora fa vedere come il Dio Provvidenza non sia affermato da un frate, o in una chiesa, o dall’autore esplicitamente, ma sia nelle cose e nelle umane vicende con la stessa forza di verità e di autenticità della nostalgia, del rimpianto, delle speranze turbate.
Gestione delle informazioni
* Strutture dati che velocizzano le operazioni frequenti, tipicamente a spese di operazioni meno frequenti.
* Collegamenti con dati esterni, cioè riferimenti a file locali o remoti non facenti parte del database.
* Informazioni di sicurezza, che autorizzano solo alcuni profili utente ad eseguire alcune operazioni su alcuni tipi di dati.
* Programmi che vengono eseguiti, automaticamente o su richiesta di utenti autorizzati, per eseguire elaborazioni sui dati. Un tipico automatismo consiste nell'eseguire un programma ogni volta che viene modificato un dato di un certo tipo.
In un sistema informatico, una base di dati può essere manipolata direttamente dai programmi applicativi, interfacciandosi direttamente con il sistema operativo. Tale strategia era quella adottata universalmente fino agli anni sessanta, ed è tuttora impiegata quando i dati hanno una struttura molto semplice, o quando sono elaborati da un solo programma applicativo.
A partire dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, per gestire basi di dati complesse condivise da più applicazioni si sono utilizzati appositi sistemi software, detti sistemi per la gestione di basi di dati (in inglese "Database Management System" o "DBMS"). Uno dei vantaggi di questi sistemi è la possibilità di non agire direttamente sui dati, ma di vederne una rappresentazione concettuale.
La ricerca nel campo delle basi di dati studia le seguenti problematiche:
* Progettazione di basi di dati.
* Progettazione e implementazione di DBMS.
* Interpretazione (o analisi) di dati contenuti in database.
Le basi di dati spesso fanno uso di tecnologie derivate da altre branche dell'informatica. È usuale utilizzare tecniche derivate dall'intelligenza artificiale, come ad esempio il data mining, per cercare di estrarre relazioni o più in generale informazioni presenti nelle banche dati ma non immediatamente visibili.
sabato 14 novembre 2009
Programmazione 2 conversione base 2
#include
#include
void bit(int,unsigned,int *, char []);
int main ()
{
int cifra_bin, n, i;
unsigned val_dec=0;
char decimale[20];
Printf ("inserire numero in base 2\n");
scanf ("%d", &cifra_bin);
bit(cifra_bin,val_dec,&n,decimale);
printf("il numero decimale corrispondente = ");
for(i=n-1;i>=0;i--){
printf("%2c", decimale[i]);}
system ("PAUSE");
return 0;
}
void bit(int numero, unsigned num_dec,int *cnt, char decimale[])
{
int mask,bit_v,cnt2, i;
mask=1;
cnt2=0;
do {
bit_v=numero&mask;
num_dec+=bit_v * pow(2,cnt2);
cnt2++;
numero=numero/10;
}
while (numero!=0);
printf("numero=%d",numero);
i=0;
do{
decimale[i++]=(char)(num_dec%10+48);
num_dec/=10;}
while(num_dec);
cnt=i;
}
sabato 7 novembre 2009
Breve appunto sulla schiavitu !!! utile per fare saggio breve
Origini: La schiavitù ha origini molto antiche e si venne sviluppando con il disfacimento delle prime comunità umane, che vivevano in regime di economia collettiva sotto i colpi di entità più vaste, che si erano organizzate per una prima suddivisione dei compiti di lavoro. Suddividere e organizzare significava imporre una disciplina, che, dove non era accettata liberamente, diventava costrizione e si traduceva in lavoro servile. Al formarsi però della schiavitù come status contribuirono da un lato le guerre, che fruttavano al vincitore masse di prigionieri, adibiti ai lavori più umili, non riconosciuti come soggetto di diritti e quindi schiavi; dall'altro il sorgere della proprietà privata, che si accompagnò presto al diritto di ridurre in schiavitù quanti risultavano insolventi verso di essa. Agli schiavi era riconosciuto solo il necessario per vivere, mentre il loro trattamento dipendeva dalla maggiore o minore umanità del padrone o dal suo interesse alla loro conservazione (J. Stuart Mill). La schivitù fu il fondamento delle varie convivenze sociali in Europa e nel Medio Oriente: i Sumeri rappresentavano nei loro ideogrammi lo schiavo come uno straniero, rivelando così la presenza della schiavitù nel loro contesto sociale e la provenienza degli schiavi dai prigionieri di guerra (almeno in larga parte); a Babilonia il Codice di Hammurabi introdusse diverse novità in relazione alla schiavitù, distinguendo gli schiavi secondo la loro derivazione: prigionieri di guerra, debitori insolventi, comperati, nati in s.; a tutti riconosceva il diritto a sposarsi con donne libere, a commerciare e possedere beni, a convivere con concubine che avevano dato loro dei figli. Tuttavia il Codice di Hammurabi non giungeva a riconoscere allo schiavo la qualifica di uomo, ciò che invece avveniva nel codice ittita. A Babilonia e in tutto il mondo semitico lo schiavo poteva riscattare la propria condizione con la manomissione, l'adozione e il riscatto. Nella società ebraica lo schiavo per debiti era liberato dopo sette anni, se ebreo; ebreo o straniero, era liberato se reso inabile al lavoro per maltrattamenti; era punito il padrone che uccideva lo schiavo. In Egitto gli schiavi di guerra furono poco numerosi fino alle guerre espansionistiche della XVIII dinastia e perciò si aveva cura della loro vita: chi uccideva uno schiavo era punito con la morte. Nella Grecia antica gli schiavi erano alla base del sistema economico agricolo-pastorale: provenivano in genere dai prigionieri di guerra ed erano trattati con umanità; nei sec. VIII-VI a. C. con il diffondersi dell'uso dei metalli e l'espansione dei commerci, la richiesta di schiavi fu fortissima e le zone di caccia furono le etnie straniere, trattate dal cittadino della pólis come barbaroi; fiorentissimo il commercio di schiavi, che venivano venduti o affittati come merce-lavoro. Nelle città greche il loro numero andava dal 25 al 50% del totale della popolazione. Dopo Solone (594 a. C.) scomparve la s. per debiti, perché era inconcepibile che un greco potesse essere schiavo. Il lavoro dello schiavo era di solito a tempo pieno, ma gli era possibile anche lavorare in proprio versando al padrone una parte del suo guadagno; privilegi particolari (fra i quali agire in tribunale) erano riconosciuti agli schiavi che esercitavano il commercio o ricoprivano incarichi amministrativi. Le pene erano a discrezione del padrone, ma per la morte occorreva l'assenso del giudice. Ogni eccesso di pena era punito dalla pólis. Oggetto e non soggetto di diritti, lo schiavo doveva tuttavia ricevere un sostentamento sufficiente, godere del necessario riposo ed essere rispettato come persona. La giustificazione alla s. era data dai filosofi (p. es. Platone e Aristotele) come conseguenza dell'incapacità di una parte degli uomini a comandare.
Gli schiavi a Roma: Nel mondo romano la schiavitù diventò un fenomeno generale con le guerre di conquista in Italia: i liberi impegnati nelle guerre erano sostituiti con gli schiavi e questi divennero sempre più numerosi con l'intensificarsi delle guerre anche fuori d'Italia. Dalla nemica Cartagine, che partecipava a un florido commercio di schiavi su tutte le coste del Mediterraneo, i Romani appresero a impiegare degli schiavi anche come soldati. Per la coltivazione dei latifondi, che diventavano sempre più estesi, Roma ricorse anche a metodi meno puliti, come le catture di uomini abili al lavoro nelle regioni occupate (in un sol giorno nel 167 a. C. in Epiro furono catturati 150.000 uomini) o il ricorso ai mercati pubblici (a Delo funzionava un mercato di schiavi, che vendeva fino a 10.000 schiavi al giorno); si aggiungevano a questo l'allevamento di bambini abbandonati e la concessione di privilegi agli schiavi che procreavano figlioli (futuri schiavi). Il trattamento riservato loro era piuttosto duro e ne sono testimonianza le frequenti insurrezioni, che interessavano intere regioni: la stessa Roma fu minacciata da ribellioni di schiavi, capeggiati da Enno (136-132 a. C.) e da Spartaco (72-70 a. C.). Dal lato giuridico lo schiavo non poteva avanzare nessun diritto e il suo padrone aveva su di lui il diritto di vita e di morte; lo stesso suo sostentamento non costituiva un obbligo de iure, ma piuttosto un interesse o al massimo una tradizione. Si valutavano però attentamente le qualità degli schiavi e se si trattava di persona colta poteva essere adibito a lavori di segreteria o utilizzato come amanuense, bibliotecario o pedagogo. Gli si concedeva anche, per antichissima tradizione, di poter tenere un piccolo peculio privato, in deroga al principio che tutto ciò che era acquistato dallo schiavo apparteneva al suo padrone. Lo schiavo giungeva alla liberazione: per riscatto, con l'adozione, con la manomissione da parte del padrone che costituiva l'ex schiavo nella condizione di "liberto". In età imperiale si concesse allo schiavo di poter essere venduto a un altro padrone se sistematicamente maltrattato; di essere venduto assieme alla moglie, se sposato; di possedere ed ereditare. L'economia fondata sul lavoro servile fu a Roma una delle cause della sua scarsa produttività e lo aveva ben compreso Columella, che considerava la s. "distruggitrice della fecondità del terreno", mentre Varrone faceva osservare che l'interesse del libero coltivatore era la vera causa della maggiore produttività della terra. Diocleziano rese il lavoro servile ancora più costrittivo. Nel campo delle idee gli stoici e Plinio il Vecchio dichiaravano uguali tutti gli uomini e quindi contro il diritto naturale la schiavitù, ma nella pratica, pur di puntellare il sistema schiavistico, si arzigogolava sulla distinzione fra jus naturale e jus gentium: il primo condannava la schiavitù, il secondo la ammetteva come prassi generale e quindi come diritto. Lo stesso cristianesimo nulla poté contro la schiavitù, anzi la patristica né legittimò l'esistenza come punizione dei peccati, trovando un sottile quanto capzioso argomento: il corpo dello schiavo apparteneva al padrone per diritto di proprietà, la sua anima a Dio, perché sua creatura. La schiavitù continuò anche fra i popoli germanici, che s'insediarono nelle terre dell'ex Impero romano: la condizione giuridica degli schiavi non mutò per nulla, perché dove mancavano tradizioni germaniche subentrava il diritto romano: in particolare era concesso allo schiavo di sposarsi, ma solo con una schiava; numerose norme regolavano la vita degli schiavi dello Stato e dei conventi, ma identica era la sostanza della loro posizione giuridica: una cosa nelle mani del padrone. La Chiesa intervenne per favorire le manomissioni, ma solo per quanti erano già battezzati o stavano per esserlo. Nel sec. X l'imperatore Ottone I vinse gli Slavi e li ridusse in s. ("slavo" divenne allora sin. di "servo"). Tra il sec. X e il XIV furono introdotte nell'economia agricola medievale la servitù della gleba e il colonato e gli schiavi furono in numero minore nei lavori agricoli, ma andarono a infoltire i servizinelle case dei vecchi e dei nuovi ricchi: in tutte le popolazioni mediterranee le case ricche pullulavano di schiavi armeni, circassi, siriaci, serbi, bulgari.
Tratta degli schiavi: A iniziare l'ignobile tratta degli schiavi furono i Portoghesi nel sec. XV fin dai loro primi contatti con le popolazioni negre della Guinea; nel 1452 papa Niccolò V ordinò al re del Portogallo di ridurre in s. tutti i musulmani dell'Africa e a Lisbona sorse e divenne fiorente un grande emporio di schiavi. Ne approfittarono largamente anche i reali di Spagna. I musulmani, a loro volta, razziavano all'interno dell'Africa e trascinavano via schiavi per i servizi nelle case e per farne eunuchi da mettere a custodia dei loro Harem. Con la scoperta dell'America la s. fu trapiantata dai Portoghesi in Brasile, attingendo sempre al grande serbatoio dell'Africa nera. I Portoghesi anzi tolsero il monopolio del commercio degli schiavi ai mercanti musulmani e lo gestirono in proprio, ricavandone immense ricchezze, specialmente quando anche la Spagna dovette importare nelle sue colonie del Nuovo Mondo manodopera servile negra da sostituire con quella indigena, presto distrutta dagli stenti del lavoro in miniera. Ben presto ai mercanti portoghesi si aggiunsero quelli spagnoli, francesi, inglesi e olandesi in lotta fra loro, ma d'accordo con i loro sovrani, che da questo commercio percepivano laute royalties. Le piantagioni di zucchero del Brasile e nelle Antille e di cotone nell'America Centrale e Settentrionale ormai erano lavorate solo con il sudore degli schiavi negri e il loro lavoro entrava come componente essenziale dell'economia coloniale e di ogni madre-patria: Bordeaux, Nantes e Liverpool devono la loro prima ricchezza alla "tratta dei negri". Gli Inglesi, estendendo il loro dominio sul mare, riuscirono a essere pars magna nel commercio degli schiavi al punto che diventarono fornitori di schiavi per le colonie spagnole in forza dello stesso Trattato di Utrecht (1713). Fortissima era la presenza di negri nelle colonie inglesi dell'America Settentrionale e sempre in aumento: 60.000 nel 1715; 460.000 nel 1776; 752.000 nel 1790. Nelle Antille essi assommavano a ca. mezzo milione. I metodi brutali di cattura e i gravi disagi durante il viaggio su navi negriere (sulle quali erano stivati come bestie) causavano perdite gravissime, che salivano fino al 70% del carico. Giunti a destinazione, molti non sapevano adattarsi alle nuove condizioni di vita e cadevano facile preda di malattie o si suicidavano. Fondamentale fu la differenza fra le colonie spagnole e francesi, dove il colonizzatore abitava senza la famiglia, e quelle inglesi, dove invece i colonizzatori giungevano con tutta la famiglia: nelle prime fu facile la commistione con l'elemento indigeno, specialmente quello femminile, e si ebbe il fenomeno del meticciato, che divenne una componente sociale importante nella nuova società coloniale; nelle colonie inglesi invece la netta separazione dei coloni dall'elemento indigeno, vigilata con severità puritana dai pastori calvinisti, alimentò i peggiori pregiudizi razziali e li radicò al punto che ancor oggi costituiscono un serio problema per la società statunitense. Con il secolo dei lumi la s. divenne negli scritti e nell'opinione pubblica un fatto aberrante da combattere energicamente: il Code noir di Colbert, pur non giungendo all'abolizione della s., riconosceva allo schiavo i diritti personali e favoriva il meticciato; Montesquieu attaccava la s., perché contraria a giusti rapporti fra uomo e uomo; in Inghilterra nel 1780 fu avanzata la prima proposta per l'abolizione della "tratta dei negri": respinta per ben sette volte dal Parlamento, fu approvata nel 1807; nel 1783il tribunale di Boston (U.S.A.) dichiarava illegale la s.; in Francia la Convenzione proclamava l'emancipazione degli schiavi nel 1793 (fu però reintrodotta da Napoleone nel 1802); l'anno prima la tratta era stata abolita in Danimarca; nei primi decenni del sec. XIX si pervenne all'abolizione della tratta anche negli Stati Uniti (1808), in Olanda (1814), in Svezia e in Francia (1815), in Inghilterra (1833). Nelle colonie però la s. continuava; essa fu definitivamente abolita: in Svezia nel 1846, in Francia e Danimarca nel 1848, in Spagna nel 1870, negli Stati Uniti nel 1863, nel Brasile nel 1888. In campo internazionale i problemi antischiavistici furono trattati nella Conferenza di Berlino (1885) e in quella di Bruxelles (1890). Nel 1919 a Saint-Germain si giungeva finalmente alla stesura di una Convenzione e nel 1926 la Società delle Nazioni deliberava la fine della s. e della tratta. In realtà essa esistette ancora per parecchio tempo in alcuni Stati arabi (in Abissinia fino al 1936, nel Tibet fino al 1959). Casi di s. sono però ancora presenti in Africa e in Asia.







