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sabato 7 novembre 2009

Breve appunto sulla schiavitu !!! utile per fare saggio breve

La Schiavitù è la condizione di chi è soggetto a un padrone, che può disporre della vita e dei beni di lui.

Origini: La schiavitù ha origini molto antiche e si venne sviluppando con il disfacimento delle prime comunità umane, che vivevano in regime di economia collettiva sotto i colpi di entità più vaste, che si erano organizzate per una prima suddivisione dei compiti di lavoro. Suddividere e organizzare significava imporre una disciplina, che, dove non era accettata liberamente, diventava costrizione e si traduceva in lavoro servile. Al formarsi però della schiavitù come status contribuirono da un lato le guerre, che fruttavano al vincitore masse di prigionieri, adibiti ai lavori più umili, non riconosciuti come soggetto di diritti e quindi schiavi; dall'altro il sorgere della proprietà privata, che si accompagnò presto al diritto di ridurre in schiavitù quanti risultavano insolventi verso di essa. Agli schiavi era riconosciuto solo il necessario per vivere, mentre il loro trattamento dipendeva dalla maggiore o minore umanità del padrone o dal suo interesse alla loro conservazione (J. Stuart Mill). La schivitù fu il fondamento delle varie convivenze sociali in Europa e nel Medio Oriente: i Sumeri rappresentavano nei loro ideogrammi lo schiavo come uno straniero, rivelando così la presenza della schiavitù nel loro contesto sociale e la provenienza degli schiavi dai prigionieri di guerra (almeno in larga parte); a Babilonia il Codice di Hammurabi introdusse diverse novità in relazione alla schiavitù, distinguendo gli schiavi secondo la loro derivazione: prigionieri di guerra, debitori insolventi, comperati, nati in s.; a tutti riconosceva il diritto a sposarsi con donne libere, a commerciare e possedere beni, a convivere con concubine che avevano dato loro dei figli. Tuttavia il Codice di Hammurabi non giungeva a riconoscere allo schiavo la qualifica di uomo, ciò che invece avveniva nel codice ittita. A Babilonia e in tutto il mondo semitico lo schiavo poteva riscattare la propria condizione con la manomissione, l'adozione e il riscatto. Nella società ebraica lo schiavo per debiti era liberato dopo sette anni, se ebreo; ebreo o straniero, era liberato se reso inabile al lavoro per maltrattamenti; era punito il padrone che uccideva lo schiavo. In Egitto gli schiavi di guerra furono poco numerosi fino alle guerre espansionistiche della XVIII dinastia e perciò si aveva cura della loro vita: chi uccideva uno schiavo era punito con la morte. Nella Grecia antica gli schiavi erano alla base del sistema economico agricolo-pastorale: provenivano in genere dai prigionieri di guerra ed erano trattati con umanità; nei sec. VIII-VI a. C. con il diffondersi dell'uso dei metalli e l'espansione dei commerci, la richiesta di schiavi fu fortissima e le zone di caccia furono le etnie straniere, trattate dal cittadino della pólis come barbaroi; fiorentissimo il commercio di schiavi, che venivano venduti o affittati come merce-lavoro. Nelle città greche il loro numero andava dal 25 al 50% del totale della popolazione. Dopo Solone (594 a. C.) scomparve la s. per debiti, perché era inconcepibile che un greco potesse essere schiavo. Il lavoro dello schiavo era di solito a tempo pieno, ma gli era possibile anche lavorare in proprio versando al padrone una parte del suo guadagno; privilegi particolari (fra i quali agire in tribunale) erano riconosciuti agli schiavi che esercitavano il commercio o ricoprivano incarichi amministrativi. Le pene erano a discrezione del padrone, ma per la morte occorreva l'assenso del giudice. Ogni eccesso di pena era punito dalla pólis. Oggetto e non soggetto di diritti, lo schiavo doveva tuttavia ricevere un sostentamento sufficiente, godere del necessario riposo ed essere rispettato come persona. La giustificazione alla s. era data dai filosofi (p. es. Platone e Aristotele) come conseguenza dell'incapacità di una parte degli uomini a comandare.

Gli schiavi a Roma: Nel mondo romano la schiavitù diventò un fenomeno generale con le guerre di conquista in Italia: i liberi impegnati nelle guerre erano sostituiti con gli schiavi e questi divennero sempre più numerosi con l'intensificarsi delle guerre anche fuori d'Italia. Dalla nemica Cartagine, che partecipava a un florido commercio di schiavi su tutte le coste del Mediterraneo, i Romani appresero a impiegare degli schiavi anche come soldati. Per la coltivazione dei latifondi, che diventavano sempre più estesi, Roma ricorse anche a metodi meno puliti, come le catture di uomini abili al lavoro nelle regioni occupate (in un sol giorno nel 167 a. C. in Epiro furono catturati 150.000 uomini) o il ricorso ai mercati pubblici (a Delo funzionava un mercato di schiavi, che vendeva fino a 10.000 schiavi al giorno); si aggiungevano a questo l'allevamento di bambini abbandonati e la concessione di privilegi agli schiavi che procreavano figlioli (futuri schiavi). Il trattamento riservato loro era piuttosto duro e ne sono testimonianza le frequenti insurrezioni, che interessavano intere regioni: la stessa Roma fu minacciata da ribellioni di schiavi, capeggiati da Enno (136-132 a. C.) e da Spartaco (72-70 a. C.). Dal lato giuridico lo schiavo non poteva avanzare nessun diritto e il suo padrone aveva su di lui il diritto di vita e di morte; lo stesso suo sostentamento non costituiva un obbligo de iure, ma piuttosto un interesse o al massimo una tradizione. Si valutavano però attentamente le qualità degli schiavi e se si trattava di persona colta poteva essere adibito a lavori di segreteria o utilizzato come amanuense, bibliotecario o pedagogo. Gli si concedeva anche, per antichissima tradizione, di poter tenere un piccolo peculio privato, in deroga al principio che tutto ciò che era acquistato dallo schiavo apparteneva al suo padrone. Lo schiavo giungeva alla liberazione: per riscatto, con l'adozione, con la manomissione da parte del padrone che costituiva l'ex schiavo nella condizione di "liberto". In età imperiale si concesse allo schiavo di poter essere venduto a un altro padrone se sistematicamente maltrattato; di essere venduto assieme alla moglie, se sposato; di possedere ed ereditare. L'economia fondata sul lavoro servile fu a Roma una delle cause della sua scarsa produttività e lo aveva ben compreso Columella, che considerava la s. "distruggitrice della fecondità del terreno", mentre Varrone faceva osservare che l'interesse del libero coltivatore era la vera causa della maggiore produttività della terra. Diocleziano rese il lavoro servile ancora più costrittivo. Nel campo delle idee gli stoici e Plinio il Vecchio dichiaravano uguali tutti gli uomini e quindi contro il diritto naturale la schiavitù, ma nella pratica, pur di puntellare il sistema schiavistico, si arzigogolava sulla distinzione fra jus naturale e jus gentium: il primo condannava la schiavitù, il secondo la ammetteva come prassi generale e quindi come diritto. Lo stesso cristianesimo nulla poté contro la schiavitù, anzi la patristica né legittimò l'esistenza come punizione dei peccati, trovando un sottile quanto capzioso argomento: il corpo dello schiavo apparteneva al padrone per diritto di proprietà, la sua anima a Dio, perché sua creatura. La schiavitù continuò anche fra i popoli germanici, che s'insediarono nelle terre dell'ex Impero romano: la condizione giuridica degli schiavi non mutò per nulla, perché dove mancavano tradizioni germaniche subentrava il diritto romano: in particolare era concesso allo schiavo di sposarsi, ma solo con una schiava; numerose norme regolavano la vita degli schiavi dello Stato e dei conventi, ma identica era la sostanza della loro posizione giuridica: una cosa nelle mani del padrone. La Chiesa intervenne per favorire le manomissioni, ma solo per quanti erano già battezzati o stavano per esserlo. Nel sec. X l'imperatore Ottone I vinse gli Slavi e li ridusse in s. ("slavo" divenne allora sin. di "servo"). Tra il sec. X e il XIV furono introdotte nell'economia agricola medievale la servitù della gleba e il colonato e gli schiavi furono in numero minore nei lavori agricoli, ma andarono a infoltire i servizinelle case dei vecchi e dei nuovi ricchi: in tutte le popolazioni mediterranee le case ricche pullulavano di schiavi armeni, circassi, siriaci, serbi, bulgari.
Tratta degli schiavi: A iniziare l'ignobile tratta degli schiavi furono i Portoghesi nel sec. XV fin dai loro primi contatti con le popolazioni negre della Guinea; nel 1452 papa Niccolò V ordinò al re del Portogallo di ridurre in s. tutti i musulmani dell'Africa e a Lisbona sorse e divenne fiorente un grande emporio di schiavi. Ne approfittarono largamente anche i reali di Spagna. I musulmani, a loro volta, razziavano all'interno dell'Africa e trascinavano via schiavi per i servizi nelle case e per farne eunuchi da mettere a custodia dei loro Harem. Con la scoperta dell'America la s. fu trapiantata dai Portoghesi in Brasile, attingendo sempre al grande serbatoio dell'Africa nera. I Portoghesi anzi tolsero il monopolio del commercio degli schiavi ai mercanti musulmani e lo gestirono in proprio, ricavandone immense ricchezze, specialmente quando anche la Spagna dovette importare nelle sue colonie del Nuovo Mondo manodopera servile negra da sostituire con quella indigena, presto distrutta dagli stenti del lavoro in miniera. Ben presto ai mercanti portoghesi si aggiunsero quelli spagnoli, francesi, inglesi e olandesi in lotta fra loro, ma d'accordo con i loro sovrani, che da questo commercio percepivano laute royalties. Le piantagioni di zucchero del Brasile e nelle Antille e di cotone nell'America Centrale e Settentrionale ormai erano lavorate solo con il sudore degli schiavi negri e il loro lavoro entrava come componente essenziale dell'economia coloniale e di ogni madre-patria: Bordeaux, Nantes e Liverpool devono la loro prima ricchezza alla "tratta dei negri". Gli Inglesi, estendendo il loro dominio sul mare, riuscirono a essere pars magna nel commercio degli schiavi al punto che diventarono fornitori di schiavi per le colonie spagnole in forza dello stesso Trattato di Utrecht (1713). Fortissima era la presenza di negri nelle colonie inglesi dell'America Settentrionale e sempre in aumento: 60.000 nel 1715; 460.000 nel 1776; 752.000 nel 1790. Nelle Antille essi assommavano a ca. mezzo milione. I metodi brutali di cattura e i gravi disagi durante il viaggio su navi negriere (sulle quali erano stivati come bestie) causavano perdite gravissime, che salivano fino al 70% del carico. Giunti a destinazione, molti non sapevano adattarsi alle nuove condizioni di vita e cadevano facile preda di malattie o si suicidavano. Fondamentale fu la differenza fra le colonie spagnole e francesi, dove il colonizzatore abitava senza la famiglia, e quelle inglesi, dove invece i colonizzatori giungevano con tutta la famiglia: nelle prime fu facile la commistione con l'elemento indigeno, specialmente quello femminile, e si ebbe il fenomeno del meticciato, che divenne una componente sociale importante nella nuova società coloniale; nelle colonie inglesi invece la netta separazione dei coloni dall'elemento indigeno, vigilata con severità puritana dai pastori calvinisti, alimentò i peggiori pregiudizi razziali e li radicò al punto che ancor oggi costituiscono un serio problema per la società statunitense. Con il secolo dei lumi la s. divenne negli scritti e nell'opinione pubblica un fatto aberrante da combattere energicamente: il Code noir di Colbert, pur non giungendo all'abolizione della s., riconosceva allo schiavo i diritti personali e favoriva il meticciato; Montesquieu attaccava la s., perché contraria a giusti rapporti fra uomo e uomo; in Inghilterra nel 1780 fu avanzata la prima proposta per l'abolizione della "tratta dei negri": respinta per ben sette volte dal Parlamento, fu approvata nel 1807; nel 1783il tribunale di Boston (U.S.A.) dichiarava illegale la s.; in Francia la Convenzione proclamava l'emancipazione degli schiavi nel 1793 (fu però reintrodotta da Napoleone nel 1802); l'anno prima la tratta era stata abolita in Danimarca; nei primi decenni del sec. XIX si pervenne all'abolizione della tratta anche negli Stati Uniti (1808), in Olanda (1814), in Svezia e in Francia (1815), in Inghilterra (1833). Nelle colonie però la s. continuava; essa fu definitivamente abolita: in Svezia nel 1846, in Francia e Danimarca nel 1848, in Spagna nel 1870, negli Stati Uniti nel 1863, nel Brasile nel 1888. In campo internazionale i problemi antischiavistici furono trattati nella Conferenza di Berlino (1885) e in quella di Bruxelles (1890). Nel 1919 a Saint-Germain si giungeva finalmente alla stesura di una Convenzione e nel 1926 la Società delle Nazioni deliberava la fine della s. e della tratta. In realtà essa esistette ancora per parecchio tempo in alcuni Stati arabi (in Abissinia fino al 1936, nel Tibet fino al 1959). Casi di s. sono però ancora presenti in Africa e in Asia.

Ideologia di Foscolo

L’ideologia foscoliana Personalità inquieta, è animato tanto da moti di ribellione contro la sua epoca, quanto da stati d’animo malinconici, che addirittura più volte gli fanno accarezzare l’idea del suicidio. Una personalità contraddittoria insomma, e profondamente insoddisfatta, a tal punto che non gli è stato facile portare a termine le sue opere: solo le due odi, i dodici sonetti e il carme I Sepolcri sono stati da lui approvati. A queste difficoltà poetiche, si legano le difficoltà economiche: Foscolo è il primo scrittore borghese, costretto cioè a vivere dei soldi guadagnati con il proprio lavoro letterario.Dell’esperienza illuminista egli trattiene una visione laica e materialista della storia, secondo la quale l’uomo, come tutti gli aspetti della natura, è sottomesso alla legge di perenne trasformazione che domina la materia. Ne discende una concezione profondamente pessimista, che si riflette e nell’Ortis, nel cui giovane protagonista si identifica pienamente, e nei sonetti.Questa visione negativa viene però attenuata – nell’ode All’amica risanata - nel riconoscimento del valore della bellezza, che è eterna e rende eterna chi la possiede. Alla poesia pertanto è assegnato il compito di rendere eterna la bellezza.Successivamente, identificandosi con una sua nuova creatura letteraria, Didimo Chierico, assume un atteggiamento di ironico distacco e di umorismo amaro nei riguardi della condizione umana.Le diverse riflessioni e posizioni, fin qui delineate, troveranno una perfetta conciliazione ne I Sepolcri, al cui centro è la condizione dell’uomo nello sviluppo della società. Secondo Foscolo, l’uomo, contro la caducità dell’esistenza, crea illusioni, valori che, pur non rinvenibili nella realtà, servono a dare senso all’esistenza. L’illusione più grande è la poesia, che serba il ricordo dei grandi uomini, contribuendo così al progresso della civiltà.Anche nel Le Grazie la poesia viene celebrata come guida della civiltà.Nel pensiero di Foscolo si rintracciano gli echi più disparati – Alfieri, Goethe, Rosseau, Petrarca, Monti, i classici latini e greci - : essi sono tuttavia amalgamati ed interpretati originalmente, nella convinzione che la poesia sia la forma più alta e nobile dell’agire umana, capace di porsi in rapporto con la vita umana, per comprenderla e purificarla dagli aspetti più deteriori e caduchi.

martedì 6 ottobre 2009

Canto 5 divina commedia inferno

Canto V

“ Se io nell’ardore dell’amore divino risplendo ai tuoi occhi in modo superiore a quello che si può vedere (risplendere) sulla terra, tanto che la tua capacità visiva rimane sopraffatta, non meravigliarti, perché tale effetto proviene dalla perfezione della mia vista, la quale, quanto più percepisce la luce divina, tanto più si addentra nel bene percepito (ed è da questo illuminata).

lo vedo chiaramente come nel tuo intelletto risplende già la luce della verità eterna, la quale, in chi la vede, accende essa sola è per sempre l’amore di se; e se qualche altro bene terreno attrae il vostro desiderio, è solo perché in esso traspare una parvenza, mal compresa, della verità eterna.

Tu desideri sapere se, in caso di voto inadempiuto, si può compensare (Dio) con altra opera meritoria, tale che metta l’animo al sicuro da ogni contrasto (con la giustizia divina).

” Con tali parole Beatrice cominciò a esporre l’argomento di questo canto; e come colui che non interrompe il suo discorso, ella continuò così il santo ( perché ispirato da Dio) ragionamento:

“ Il dono più grande che Dio, creando (gli uomini), abbia fatto per sua generosità e insieme quello più conforme alla sua bontà e quello che Egli stesso stima più di tutti (gli altri doni ), fu la libertà della volontà (il libero arbitrio);

e di questo dono furono e sono dotate, tutte e soltanto loro, le creature intelligenti, Ora, se tu ragioni partendo da questa premessa, ti apparirà chiara la grande importanza del voto, purché sia tale che Dio accetti quando tu prometti, perché, nello stabilire (col voto) il patto tra Dio e l’uomo, si fa sacrificio di questo tesoro del libero volere, tesoro così prezioso come ti ho detto:

e (questo sacrificio) si compie con un atto della volontà stessa. Dunque che cosa si può offrire a Dio in risarcimento (del voto non osservato) ?

Se tu credi di poter usare ancora per uno scopo buono quella libertà che hai offerta (a Dio), pretendi di fare opere di bene con una cosa presa illecitamente ad altri.

Per comprendere l'ampiezza della trattazione riguardante il voto, la quale occupa buona parte del quarto canto e quasi tutto il quinto, ci aiutano alcune riflessioni. Innanzi tutto Dante intende colpire l'abitudine, molto radicata al suo tempo, di fare voti frequenti e spesso strani, che riducevano il rapporto fra l'uomo e Dio ad un rapporto contrattuale o a una pratica magica. Accadeva inoltre facilmente che ci si stancasse o ci si pentisse del voto promesso e si cercasse di ritirarlo o di diminuirne il peso. In secondo luogo il tema del voto si presta alla celebrazione di quell'ideale eroico di vita che fu proprio dell'Alighieri e che ispira tutta l'etica della Commedia. Il discorso di Beatrice può essere diviso in due parti, senza timore di distruggerne la sostanziale unità, che trova le sue radici nelle profonde convinzioni morali del Poeta. Nella prima parte viene esposta la natura e l'importanza del voto (versi 19-63), mentre la seconda si presenta come un'ampia e amara invettiva contro la stoltezza degli uomini, invettiva che è conclusione e, insieme, giustificazione delle note teologiche di questo canto e di quello precedente. Secondo il procedimento aristotelico Dante prende l'avvio dell'enunciazione dei principi universali sui quali è formato il problema particolare. La libera volontà (o libero arbitrio) è il dono più grande che Dio abbia fatto alle creature dotate di intelligenza, cioé agli angeli e agli uomini. Dante afferma qui, in modo appassionato e commosso, un principio già rilevato nella Monarchia (I, XII, 6: "la libertà... è il dono più grande da Dio offerto alla natura umana: perché per esso siamo felici sulla terra come uomini, e per esso siamo felici altrove come beati"), sul quale era tornato due volte nel Purgatorio (XVI, 67-81; XVIII, 49-75) e di cui aveva già iniziato la celebrazione nel canto IV del Paradiso (versi 76-88). Ora l'uomo con il voto si impegna a rinunciare a questo dono, offrendolo a Dio come il più prezioso dei sacrifici: la libertà usa di se stessa per ridonarsi al suo creatore, per cui la vittima coincide con l'atto con il quale viene immolata: vittima fosti... e fassi col tuo atto. Tuttavia il voto è tale solo quando la volontà divina vi acconsente, per cui oggetto di esso non può essere una cosa stolta o peccaminosa. Essendo un patto bilaterale, non può essere annullato dall'uomo, che è solo una delle due parti.

Tu ormai conosci con certezza il punto essenziale della questione; ma poiché la Santa Chiesa dispensa in materia di voto, la qual cosa sembra in contrasto con la verità che io ti ho esposto, devi ancora prestarmi un poco di attenzione, perché l’ardua dimostrazione che hai appresa, ha bisogno ancora di aiuto per essere assimilata.
Apri la tua mente a quello che ti manifesto e fissalo bene nella memoria, perché l’aver capito, senza ricordare quello che si è compreso, non forma scienza.

Due cose sono necessarie all’essenza di questo sacrificio (a costituire l’essenza del voto): una è la materia del voto; l’altra è il patto tra Dio e l’uomo.

Quest’ultimo elemento del voto non si annulla mai se non quando sia stato completamente adempiuto: e proprio riferendomi ad esso ho parlato prima in termini così assoluti: perciò agli Ebrei rimase sempre l’obbligo di fare offerte a Dio, anche se si poteva permutare la materia del voto, come devi sapere anche tu.

La legge di Mosè impose agli Ebrei l'obbligo di fare delle offerte a Dio tale obbligo doveva essere mantenuto anche se, in taluni casi, era ammessa la permuta della materia dell'offerta (cfr. Levitico XXVII, 1-33).
L’altro elemento, che ti è stato dichiarato come materia del voto, può ben essere di natura tale, che non si pecca se viene commutato con un altro oggetto.

Ma nessuno cambi di suo arbitrio il peso che si è posto sulle sue spalle, senza che girino e la chiave d’argento e quella d’oro;

Il cambiamento della materia del voto può avvenire solo con l'autorizzazione ecclesiastica: la chiave bianca o d'argento indica la scienza e la prudenza necessarie per giudicare, quella gialla o d'oro l'autorità che Dio ha concesso alla Chiesa di vincolare e di sciogliere (cfr. Purgatorio IX, 117-126).

e giudica errata ogni commutazione, se la materia del voto abbandonato non è contenuta per entità nella cosa presa in cambio, come il quattro nel sei.

Perciò quella materia di voto il cui valore sia di peso tale da far traboccare ogni bilancia (non potendo trovare il suo contrappeso ), non può essere compensata con alcun’altra offerta;

Beatrice, dopo aver rigidamente distinto l'essenza del voto (cioè il sacrificio della propria libertà) dalla materia assunta, e aver rigorosamente affermato che può cambiare la materia ma non la forma di esso, osserva che solo l'intervento della Chiesa può permettere un mutamento nell'oggetto, purché la seconda offerta sia importanza alla prima. Poiché il voto di castità è il più prezioso di tutti, esso non può essere mutato neppure dalla Chiesa. San Tommaso, che rispetto al voto di verginità assume una posizione simile (Il, Il, 88, Il), in un altro passo (Il, Il, 88, 10), sostiene che la Chiesa può concedere una dispensa totale dal voto, quando giudichi che questa permetta un bene più vero e sostanziale. Dante, invece, "moralmente irritato dagli abusi che in questo campo potevano effettuarsi" (Montanari), resta aderente alla dottrina più rigorosa: non è possibile nessuna dispensa totale.

Gli uomini non prendano il voto alla leggiera: siate fedeli (nell’osservare i voti) e nel farli non siate sconsiderati, come fu Jefte riguardo all’offerta (di sacrificare a Dio) la prima persona che gli fosse venuta incontro: a lui sarebbe stato più conveniente dire “Ho agito stoltamente (con questo voto)”,

piuttosto che, osservandolo, commettere una empietà: e allo stesso modo puoi giudicare stolto Agamennone, il grande condottiero dei Greci, a causa del quale Ifigenia rimpianse la propria bellezza ( motivo del suo sacrificio),

e fece piangere sulla sua sorte tutti gli uomini, gli stolti e i saggi, che udirono parlare di un atto di culto di questo genere.

Jefte, giudice d'Israele, dovendo combattere contro gli Ammoniti, stoltamente fece voto di sacrificare, se fosse riuscito vittorioso, chiunque avesse incontrato per primo sulla porta di casa sua: così sacrificò la figlia, la prima a uscirgli incontro dopo la vittoria (cfr. Giudici XI, 30-40). Sia i padri della Chiesa sia i teologi medievali condannarono unanimamente il voto di Jefte e la sua empietà (cfr. S. Tommaso - Summa Theologica II, II, 88, 2). Agamennone comandante supremo dei Greci, per ottenere venti favorevoli e potere così salpare con l'esercito dal porto di Aulide alla volta di Troia, promise a Diana la cosa più bella che fosse nata in quell'anno nel suo regno. Fu così costretto a sacrificare la figlia Ifigenia. All'episodio accennano Virgilio (Eneide II, 116-119) e Ovidio (Metamorfosi XII, 27 sgg.), ma forse Dante qui ha presente un passo di Cicerone (De Officiis III, 25), il quale, parlando del voto di Agamennone, esprime un giudizio di condanna.
Ma voi, o cristiani, siate più ponderati nel far voti: non siate volubili come una piuma ad ogni soffio di vento, e non crediate che qualunque altra offerta sia come un’acqua che vi liberi (dal debito di un voto inadempiuto).

Avete (come guida) i libri sacri del Nuovo e del Vecchio Testamento, e il pastore della Chiesa che vi conduce: questo vi deve bastare per la vostra salvezza eterna.

Se una cattiva passione vi stimola a fare diversamente, siate uomini (padroni di voi stessi), e non pecore prive di discernimento, in modo che i Giudei che vivono in mezzo a voi non debbano ridere di voi.


Mala cupidigia: è la passione priva di discernimento che porta gli uomini a compiere voti stolti e insensati per ottenere da Dio la soddisfazione di qualche desiderio di poco conto o addirittura cattivo. Un'altra interpretazione propone di vedere in mala cupidigia l'azione del clero e degli ordini religiosi corrotti, che per brama di denaro spingevano i fedeli a offerte e donazioni, oppure, per denaro, dispensavano dal voto o concedevano il permesso di cambiarne la materia.

Non fate come l’agnello che lascia il latte materno, e sconsiderato e irrequieto va giostrando con le corna da solo a suo capriccio! ”

Beatrice, dopo essere apparsa quale salvatrice di Dante nel canto primo dell'lnferno, nel Purgatorio come suo giudice (canto XXXI) e come ammonitrice dell'umanità traviata e profeta del futuro (canto XXXIII), nei primi canti del Paradiso presenta due aspetti della sua poliedrica personalità. La sua figura è quella luminosa di una beata, nella quale il ricordo dell'amore terreno si è trasferito su un piano trascendente e la sua bellezza (espressione dello splendore della verità di cui ella è ora dispensatrice ) provoca in Dante continui smarrimenti che conservano la potente vibrazione sentimentale di un tempo. Tuttavia è pur sempre attraverso Beatrice che il Poeta discute in questi primi canti, servendosi della chiarezza del metodo scolastico, i più aspri problemi teologici e scientifici: una Beatrice a volte cattedratica, a volte sottilmente analizzatrice, talvolta anche pesantemente didascalica, ma sempre sorretta dalla passione di chi vede, nel sentimento e nella presenza del divino ( rappresentato da Beatrice) il motivo più alto della propria poesia. Ora invece "il rigore intellettuale sembra sopraffatto dall'impeto ascetico e parenetico che va maturando nel discorso di Dante ed esplode poi al verso 64" (Montanari), aprendo cosi la prima delle numerose invettive che incontreremo nel Paradiso contro la decadenza morale dell'umanità (chiara testimonianza che la realtà della terra non sfuma nella luminosità dei cieli, ma, anzi, da questo contrasto prende più vigorosi contorni ) . Qui la personalità di Beatrice appare completamente sopraffatta da quella del Poeta, che grida alto il suo sdegno di fronte alle pecore matte, nelle quali la salda voglia è troppo rada ( Paradiso IV, 87), e la sua amara constatazione della debolezza degli uomini, che, proprio per questo, non debbono prendere il voto a ciancia. La forza di questa invettiva è evidente anche nello stile, non solo costruito su solide metafore visive (penna ad ogni vento.., pecore matte.. agnel che lascia il latte...), ma anche sorretto dalle forme imperative, rafforzate dalla loro posizione all'inizio o alla fine del verso: non prendan... siate fedeli... non dieci... siate, Cristiani... non siate.. non crediate... uomini siate, e non pecore matte... non fate... " Nell'immagine finale dell'agnello, la violenta metafora precedente, delle pecore matte, sembra, alla nostra sensibilità moderna, attenuarsi e placarsi, per la grazia infantile dell'agnello che tutto si contorce quasi a cercare di cozzare contro se stesso. Ma forse Dante si inteneriva assai meno di noi sull'agnello... probabilmente, nell'immagine dell'agnello sente suggellata e conclusa la condanna della frivolità e inconsistenza dei contemporanei: uomini fatti, si comportano come bambini." ( Montanari )

Beatrice mi parlò così come sto scrivendo; poi si rivolse vibrante di intenso desiderio verso quella parte dove il cielo è maggiormente ravvivato (dalla luce del sole).

Il suo silenzio e la trasfigurazione del suo aspetto imposero silenzio al mio ingegno desideroso di sapere, che già aveva pronte nuove domande; e con la velocità di una freccia,
che colpisce il bersaglio prima che la corda dell’arco abbia cessato di vibrare, salimmo al secondo cielo.

Qui vidi la mia donna così raggiante di letizia, non appena entrò nella luce di quel cielo, che il pianeta (in cui eravamo giunti) divenne più luminoso.

E se il pianeta (che è di natura immutabile) si trasfigurò e rise di letizia, come non divenni io che proprio per la mia natura umana sono soggetto ad ogni cambiamento!

Dante e Beatrice sono entrati nel secondo cielo, quello di Mercurio, dove appaiono le anime di coloro che hanno compiuto il bene per conquistare onore e fama. Accogliendo Beatrice, il pianeta ( la stella) si trasfigura, diventando più lucente, sebbene nel Medioevo fosse convinzione generale che i pianeti, le stelle e in genere tutti i corpi celesti fossero incorruttibili e immutabili. Qui all'immutabilità del pianeta Dante contrappone la natura umana sensibile ad ogni influenza e quindi: estremamente mutevole.
Come in una peschiera dall’acqua tranquilla e cristallina i: pesci accorrono verso ciò che viene gettato (in essa) dall’esterno perché lo credono cibo per loro, così io vidi più di mille anime luminose accorrere verso di noi, e dentro ciascuna si udiva dire:

“ Ecco chi accrescerà il nostro spirito di amore (dandoci modo di illuminarlo con le nostre spiegazioni) ”.

Secondo l'interpretazione del Natali i beati del secondo cielo predicono a Dante la sua sorte futura: egli, dopo la morte, farà parte della loro schiera, per essere stato, come loro, attivo per amore di gloria (Paradiso VI, 112-114). Nell'ultima parte del canto V la poesia del Paradiso vive in tutta la sua pienezza: nella beatitudine di Beatrice risolta in un aggettivo distante - e in un gesto - si rivolse... a quella parte ove 'I mondo è più vivo - nella sua luminosa trasfigurazione, nel silenzio suo e di Dante. nella rappresentazione dei cieli che, diventando più splendenti, partecipano anch'essi di quell'amore divino che sembra riempire tutto l'universo. Il fulmineo concatenarsi di questi fatti (lo sguardo verso l'alto, il silenzio, la trasfigurazione, l'ascesa al secondo cielo, l'accresciuta letizia di Beatrice, l'aumento di luce del pianeta, il mutamento di Dante avvengono simultaneamente) sfocia in una di quelle similitudini che da sole possono rappresentare la poesia del Paradiso, e che, comunque, da sole ne illuminano la sovrumana atmosfera. La chiarità del cielo di Mercurio è paragonata ad una peschiera tranquilla e pigra, mentre le anime, che in quella chiarità si muovono, offrono qui il primo esempio della loro vita corale, fatta, oltre che di movimenti, anche di parole unisone (versi 104-105: in ciascun s'udia: " Ecco chi crescerà li nostri amori " ) . "L'immagine della peschiera è particolarmente geniale: un lago di luce serena; una luce liquida come di chi nella luce sia tuffato senza contrasto di esterno e d'interno, ma la luce diventi tranquillamente interna a lui stesso. In questa liquida luce (creazione perfettamente fusa di liquida dolcezza e di chiarità luminosa) altre luci si avanzano distinte da essa, e in essa fuse, di essa tutte compenetrate. Ma tutto questo non resta puro paesaggio sia pur serenissimamente edonistico; questo soave bagno di luce si qualifica come carità interiore: come gioia della gioia altrui, totale partecipazione alla vita altrui senza alcun residuo, nonché di mala cupidigia, neppure di egoistica pigrizia: " Ecco chi crescerà li nostri amori " (verso 105). La peschiera di luce, in cui si avanzano le forme vive e sciolte dei nuovi beati, è tutta animata da questa gratuità caritativa: la gioia della conversazione cavalleresca d'amore cortese ( gioia di bei conversari tra adorne persone) è trasferita in gioia di conversazione paradisiaca." ( Montanari )

E via via che ciascun splendore si avvicinava a noi, si intravedeva l’anima piena di letizia attraverso l’abbagliante fulgore che si irradiava da lei.

Pensa, o lettore, come sentiresti angosciosamente la mancanza di una maggiore conoscenza (di ciò che rimane da raccontare), se la trattazione che qui comincia non dovesse continuare; e capirai da te stesso (senza bisogno che te lo spieghi) come io ardessi dal desiderio di sapere da costoro la loro condizione non appena li potei vedere.

“ O spirito destinato alla salvezza, a cui la grazia divina concede di vedere i seggi dei beati nel trionfo dell’Empireo, prima di aver abbandonato la vita terrena, noi siamo accesi dalla luce dell’amore divino che si diffonde per tutto il cielo;
e perciò, se desideri avere spiegazioni sul nostro conto, sarai appagato quanto desideri. ” Cosi mi fu detto da uno di quegli spiriti benevoli; e da Beatrice: “Parla, parla liberamente, e credi a loro come si crede ad esseri divinizzati ”.

L'anima che ha parlato rivelerà la sua identità nel canto seguente: si tratta dell'imperatore Giustiniano. Credi come a dii: i beati, infatti, partecipano della bontà e della sapienza di Dio. Perciò, dice San Tommaso (Summa Theologica 1, Xll, 5; 1, X111, 9), essi sono, in certo modo, "simili a Dio", di una somiglianza, però, che non significa certamente identità.

“ lo vedo chiaramente che tu sei chiusa come in un nido nel tuo splendore, e che lo effondi dagli occhi, perché esso lampeggia non appena tu sorridi;

ma non so chi tu sia, né perché tu abbia, o anima degna, il grado di beatitudine proprio del cielo di Mercurio, che è velato ai nostri occhi dai raggi del sole.

Mercurio appare quasi sempre velato dai raggi del sole (cfr. Convivio 11, X111, Il), perché ha la sua orbita vicinissima al disco solare.

Questo dissi rivolto allo splendore luminoso che prima mi aveva parlato; per cui essa (per la gioia di poter esplicare il suo spirito di carità ) divenne assai più splendente di quanto non fosse precedentemente.

Come il sole si nasconde (ai nostri sguardi) da solo per la sua luce eccessiva, non appena il calore ha sciolto i fitti vapori che ne temperavano la luce,

nello stesso modo per la cresciuta letizia la figura dell’anima beata si nascose alla mia vista entro la sua luce abbagliante;

e cosi tutta fasciata nel suo splendore mi rispose come verrà rivelato nel canto seguente.

Inferno canto IV divina commedia

Un cupo tuono interruppe il profondo sonno nella mia testa, così ripresi coscienza come una persona che è destata violentemente; allora, levatomi in piedi, volsi intorno gli occhi riposati, e guardai attentamente per rendermi conto del luogo dove ero. Il fatto è che mi trovai sul margine della profonda voragine del dolore, che in sé contiene il fragore di innumerevoli lamenti,(La voragine) era buia e profonda e fumosa tanto che, per quanto tentassi di penetrarvi fino in fondo con lo sguardo, non riuscivo a distinguervi nulla."Ora scendiamo quaggiù nel mondo delle tenebre" cominciò a dirmi Virgilio, che era impallidito, "io andrò per primo, e tu mi seguirai. "Ed io, che avevo notato il suo pallore, dissi: "Con quale animo potrò seguirti, se tu, che sempre mi infondi coraggio allorché sono preso dal timore, hai paura? " Ed egli: "La tragica sorte dei dannati diffonde sul mio volto quel pallore che tu interpreti come un segno di paura. Muoviamoci, poiché il lungo cammino (che dobbiamo percorrere) ci costringe a non perdere tempo". Dicendo questo si avviò e mi fece entrare nel primo cerchio che chiude tutt’intorno il baratro. Qui, per quel che si poteva arguire dall’udito, non vi era altra manifestazione di dolore fuorché sospiri, che facevano fremere l’atmosfera infernale. Sospiri, che l'aura etterna facevan tremare: questi " sospiri " si contrappongono idealmente all'incomposto bestemmiare delle anime del canto precedente, e individuano una nuova tonalità: elegiaca, non più tragica. Ciò avveniva a causa del dolore non provocato da tormenti corporali che colpiva schiere, numerose e folte, di bambini e di donne e di uomini. l buon maestro mi disse: "Non mi chiedi che sorta di anime sono queste che si offrono al tuo sguardo? Voglio dunque che tu sappia, prima di procedere oltre, che non hanno commesso peccato; e se hanno meriti, questi non bastano (a redimerli), perché furono privi del battesimo, che è la parte essenziale della fede in cui tu credi. E se vissero prima dell’avvento del Cristianesimo, non adorarono nel modo dovuto Dio (come invece avevano fatto i patriarchi dell’Antico Testamento): e io stesso sono uno di loro. Per tale mancanza, non per altra colpa, siamo esclusi dalla beatitudine, e siamo tormentati in questo soltanto, che viviamo nel desiderio (di conseguire la visione beatifica di Dio) destinato a restare inappagato". Provai un grande dolore nell’udire queste parole, poiché seppi che alti ingegni (gente di molto valore) si trovavano in una condizione intermedia fra la disperazione dei dannati e la felicità dei beati in quell’orlo estremo (della voragine infernale). Desiderando avere da lui la conferma (per volere esser certo) delle verità di quella fede che è al di sopra di qualsiasi dubbio, gli chiesi: "Dimmi, maestro, dimmi, signore, uscì mai di qui alcuno, o per merito proprio o per merito altrui, per assurgere poi alla beatitudine?" Ed egli, che comprese il significato nascosto delle mie parole, rispose: "Mi trovavo da poco in questa condizione, quando vidi scendere quaggiù un potente (Cristo), circonfuso dello splendore della sua divinità. Portò via di qui l’anima di Adamo, il capostipite del genere umano (primo parente: primo genitore), quelle del figlio di lui Abele e di Noè, quella del legislatore Mosè, sempre sottomesso ai voleri di Dio; e inoltre portò via il patriarca Abramo e il re Davide, Giacobbe (Israèl) col padre Isacco e i suoi dodici figli e la moglie Rachele, per ottenere la mano della quale tanto si adoperò; e molti altri ancora, e li rese beati; e voglio che tu sappia che, prima di loro, nessun altro era salito in paradiso" . Per il fatto che egli parlasse non interrompevamo il nostro procedere, continuando ad aprirci un varco nella selva, nella selva, intendo, costituita da un numero sterminato di anime vicinissime le une alle altre. Non avevamo ancora percorso molta strada dal margine più alto del cerchio, quando vidi una sorgente di luce che per mezzo cerchio intorno a sé dissipava le tenebre. Ci trovavamo ancora un poco lontani da questa sorgente di luce, non tanto tuttavia, che io non potessi intuire che una schiera di anime degne di onore occupava quel posto. "O tu che onori scienza e arte, chi sono costoro che hanno tanta dignità, che li distingue dalla condizione degli altri? " E Virgilio a me: "La fama onorevole di cui godono nel mondo dei vivi, ottiene (per essi) un particolare favore presso Dio che conferisce loro un tale privilegio. In quell’istante fu da me udita una voce: "Onorate il sublime poeta: la sua anima, che si era allontanata, torna fra noi ", Dopo che la voce si arrestò e ci fu silenzio, vidi venire verso di noi quattro ombre maestose: il loro aspetto non era né triste né lieto. Virgilio prese a dire: " Guarda, quello che ha in mano la spada, e precede gli altri tre come un sovrano. È Omero, il sommo di tutti i poeti; dietro di lui viene Orazio, poeta satirico; Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano. Poiché ciascuno si accomuna a me nell’appellativo di poeta pronunciato poco fa da uno di loro (nel nome che sonò la voce sola), mi tributano onore, e fanno bene a tributarmelo ( perché in me onorano la poesia )". Vidi così adunarsi il bel gruppo guidato dal più eccelso dei poeti epici, la cui poesia si leva come aquila al di sopra di quella degli altri. Dopo aver parlato a lungo tra loro, si volsero a me con un cenno di saluto; e Virgilio sorrise per questo segno di onore: e mi onorarono ancora di più, poiché mi accolsero nel loro gruppo, in modo che diventai il sesto tra quei così grandi sapienti, Procedemmo insieme fino alla zona luminosa, trattando argomenti di cui (ora) è opportuno tacere, non meno di quanto fosse conveniente parlarne nel luogo ove allora mi trovavo. Giungemmo ai piedi di un maestoso castello, circondato da sette ordini di alte mura, protetto tutt’intorno da un leggiadro corso d’acqua. Lo attraversammo come se fosse stato di terra solida; penetrai con quei sapienti (nel castello) attraverso sette porte: arrivammo in un prato verde e fresco. Ivi erano persone dagli sguardi pacati e dignitosi, di grande autorità nel loro aspetto: scambiavano fra loro poche parole, con persuasiva dolcezza. Allora ci portammo in uno degli angoli, in una radura, luminosa e sovrastante il terreno circostante, in modo che (di qui) era possibile abbracciare con lo sguardo tutti gli spiriti (ivi raccolti). Là dirimpetto a me, sul verde compatto e brillante dell’erba mi vennero indicati i grandi spiriti, ripensando alla vista dei quali sento ancora il mio animo esultare. Vidi Elettra con molti dei suoi discendenti, fra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Giulio Cesare in armi e con occhi sfavillanti come quelli di un uccello rapace. Vidi Camilla e Pentesilea; dal lato opposto, vidi il re Latino che sedeva accanto a sua figlia Lavinia. Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia: e isolato, in disparte, vidi il Saladino. Dopo aver sollevato un poco gli occhi (il gruppo dei filosofi e degli scienziati si trova più in alto di quello degli uomini d’azione), vidi Aristotile, il maestro dei sapienti, seduto in mezzo ad altri filosofi. Tutti hanno gli occhi fissi su di lui. tutti gli rendono onore: tra gli altri vidi Socrate e Platone, che, in posizione preminente rispetto agli altri, sono a lui più vicini; Democrito, che attribuisce al caso la formazione del mondo, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone; e vidi il sagace classificatore delle qualità (delle erbe), intendo dire Dioscoride; e vidi Orfeo, Tullio Cicerone e Lino e Seneca, autore di scritti di morale; Euclide geometra e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno, Averroè, autore del grande commento. Non posso riferire su tutti in modo esauriente, poiché la lunghezza dell’argomento (che devo trattare) mi sollecita a tal punto, che spesso il mio racconto è insufficiente rispetto al grande numero di eventi da narrare. La schiera dei sei poeti diminuisce dividendosi in due gruppi: la mia saggia guida mi conduce per un cammino diverso, fuori dell’aria immobile (del castello), nell’aria tremante (per i sospiri delle anime); e giungo in un punto dove, non c’è traccia di luce.

Divina commedia parafrasi canto 3

Attraverso me si entra nella città dolorosa, nel dolore che mai avrà termine, tra le anime dannate. Dio, mio eccelso creatore, fu mosso dalla giustizia: sono opera del Padre (la divina potestate), del Figlio (la somma sapienza) e dello Spirito Santo ('I primo amore). Prima di me non fu creata nessuna cosa se non eterna, e io durerò fino alla fine dei tempi. Abbandonate, entrando, ogni speranza ». Vidi questa sentenza dal minaccioso significato. incisa in cima a una porta; per cui mi rivolsi a Virgilio: « Maestro, ciò che essa dice per me è terribile ». Ed egli, da persona perspicace qual era: « A questo punto occorre abbandonare ogni esitazione; ogni forma di pusillanimità deve ora sparire. Siamo giunti dove ti dissi che avresti veduto le anime doloranti che hanno perduto la speranza di vedere Dio ». Ivi echeggiavano nell'aria senza luce gemiti, pianti e acuti lamenti, tanto che (udendoli) per la prima volta ne piansi. Differenti lingue, orribili pronunce, espressioni di dolore, esclamazioni di rabbia, grida acute e soffocate, miste al percuotersi delle mani l'una contro l'altra creavano nell'aria buia, priva di tempo, una confusione eternamente vorticante, così come (rapida vortica) la sabbia quando soffia un vento turbinoso. E io che avevo la testa attanagliata dall'orrore, esclamai: "Maestro, che significano queste grida? che gente è questa, che appare così sopraffatta dal dolore ?" E Virgilio: "Questa infelice condizione è propria delle anime spregevolì di quelli che vissero senza meritare né biasimo né lode. Sono mescolate alla malvagia schiera degli angeli che (in occasione della rivolta di Lucifero) non si ribellarono né rimasero fedeli a Dio, ma fecero parte a sé. Perché il loro splendore non ne sia offuscato, i cieli li tengono lontani da sé, né in sé li accoglie la voragine infernale, perché i colpevoli (gli angeli che parteggiarono per Lucifero) avrebbero di che vantarsi rispetto ad essi " . Ed io: "Maestro, cosa riesce loro così insopportabile, da farli prorompere in così disperati lamenti?" Rispose: "Te lo dirò in pochissime parole. Costoro non possono sperare in un completo annullamento del loro essere (cioè nella morte dell'anima) e (d'altra parte) la loro vita senza scopo è tanto miserabile, da renderli invidiosi di qualsiasi altro destino. Il mondo non lascia sussistere alcun ricordo di loro; Dio non li degna né della sua pietà né di una sentenza di condanna non parliamo di loro, ma osserva e va oltre ". E io, guardando con maggiore attenzione, scorsi un vessillo che girava correndo così velocemente, da sembrare incapace di una qualsiasi forma di quiete; e dietro ad esso avanzava una tale moltitudine, quale mai avrei immaginato fosse stata annientata dalla morte. Dopo aver ravvisato qualcuno nella folla, vidi e riconobbi l'anima di colui che per pusillanimità rifiutò il trono papale (fece per viltà il gran rifiuto). Compresi allora d'un tratto e fui sicuro che questa era la turba dei vili, sgraditi a Dio non meno che ai suoi nemici (i diavoli). Questi miserabili, che vissero come se non fossero vivi (in quanto non seppero affermare la loro personalità), erano nudi, continuamente punti da mosconi e da vespe che si trovavano lì. Esse rigavano il loro volto di sangue, che, misto a lagrime, era succhiato ai loro piedi da vermi nauseabondi. E dopo aver spinto il mio sguardo più in là, vidi sulla riva di un gran fiume una folla; perciò interpellai Virgilio: "Maestro, consentimi di apprendere chi sono queste genti, e quale consuetudine le fa apparire così ansiose di passare sull'altra riva, come intravedo attraverso la debole luce". Virgilio mi rispose: « Le cose ti saranno note (conte: conosciute) quando fermeremo i nostri passi presso il doloroso fiume Acheronte ». Allora, con gli occhi abbassati per la vergogna, temendo che il mio discorso gli riuscisse fastidioso, cessai di parlare finché arrivammo al fiume. E (dopo essere qui giunti) ecco dirigersi alla nostra volta, su un'imbarcazione, un vecchio, canuto (bianco per antico pelo), che gridava: « Sventura a voi, anime malvage ! Non illudetevi di poter più vedere il cielo: vengo per traghettarvi sull'altra riva nel buio eterno, nel fuoco e nel ghiaccio. E tu che, ancora in vita, ti trovi con loro, allontanati dalla turba dei già morti». Ma dopo aver visto che non me n'andavo, continuò: « Attraverso vie e luoghi di imbarco diversi giungerai alla riva, che non è questa, da dove sarai traghettato (per passare): una barca più leggiera ti dovrà trasportare ». E Virgilio gli disse: « Non te n'avere a male, o Caronte: si vuole così là dove si può fare tutto ciò che si vuole (è la decisione divina presa nel cielo Empireo, dove tutto ciò che è voluto può avere immediata attuazione), e non chiedere altro ». Da questo istante si calmarono le gote ricoperte di fluente barba del traghettatore del buio fiume (livida palude: livido è, per antonomasia, il colore della morte), che aveva intorno agli occhi cerchi di fuoco. Ma quelle anime, che erano affrante e inermi, trascolorarono e batterono i denti, non appena ebbero udite le crudeli parole: maledicevano Dio e i loro genitori, il genere umano e il luogo e il tempo (in cui erano state generate) e l'origine della loro stirpe e della loro nascita. Poi si adunarono tutte insieme, piangendo dirottamente, sulla riva del fiume del male che aspetta tutti coloro che non temono Dio. II demonio Caronte, con occhi fiammeggianti, facendo loro segni, le accoglie tutte (nella barca); percuote col remo chiunque tarda (ad obbedirgli). Come in autunno le foglie si staccano l'una dopo l'altra (dal ramo), finché questo vede sparsa a terra tutta la sua veste frondosa, allo stesso modo la corrotta progenie di Adamo si precipita da quella riva, anima dopo anima, a un cenno (di Caronte), come il falco (auge!) al richiamo (del falconiere). Avanzano così sull'acqua buia, e prima che questa moltitudine sia sbarcata sulla riva opposta, un'altra già s'accalca nel punto d'imbarco. « Figlio mio », spiegò cortesemente Virgilio, « tutti coloro che muoiono in stato di peccato (nell'ira di Dio) si radunano qui (venendo) da ogni luogo della terra: e sono (spiritualmente) disposti a varcare il fiume, poiché la giustizia di Dio li stimola, in modo che il timore (delle pene) si converte in loro nel desiderio (di affrontarle). Di qui non passano mai anime virtuose: e perciò, se Caronte si lamenta della tua presenza, puoi ben comprendere ormai quale significato hanno le sue parole.» Appena Virgilio ebbe finito di parlare, la terra buia tremò con tanta violenza, che il ricordo (la mente: la memoria) dello spavento provato m'inonda ancora di sudore. Dalla terra bagnata dalle lagrime dei dannati uscì un vento, che si convertì in un lampo sanguigno il quale mi fece perdere i sensi; e caddi come chi cede al sonno.

Inferno canto II divina commedia

Il giorno finiva, e l’ oscurità faceva interrompere ai vivi in terra le loro fatiche; io solo mi preparavo a sostenere il travaglio fisico e morale (del viaggio), che la memoria, esatta nel trascrivere ciò che ha appreso, narrerà. O Muse, o mia forza intellettuale, soccorretemi; o memoria, che porti impressa in te la mia visione, qui apparirà il tuo valore. Io cominciai con queste parole: "Poeta, mia guida, guarda se le mie capacità sono sufficienti, prima di affidarmi all’arduo passaggio. (Nell’Eneide) tu narri che il padre di Silvio (cioè Enea, che generò Silvio da Lavinia), mentre era ancora in vita, andò nel mondo dei morti (immortale: perché in esso le anime hanno vita eterna), e fece ciò in carne e ossa. Ma, se Dio (l’avversario d’ogni male) fu con lui cortese, riflettendo sull’importanza dei risultati ( Roma, la sua storia, il suo impero) che avrebbero avuto in Enea la loro origine, e sulle sue qualità personali e sulla sua stirpe regale, la cosa non appare ingiustificata a chi ragiona; poiché egli fu prescelto da Dio come capostipite della nobile Roma e del suo impero: Roma e il suo impero, se vogliamo essere esatti, furono costituiti da Dio per preparare il luogo sacro dove ha sede il pontefice, successore del grande Pietro. A causa di questa discesa ( nel regno dei morti), di cui (nel tuo poema) lo hai considerato degno, apprese fatti (il padre Anchise gli pronosticò il felice esito dei suoi travagli e la grandezza di Roma) che furono le premesse della sua vittoria (nella guerra contro i Latini e i loro alleati) e dell’autorità papale. La seconda discesa nell’oltretomba è quella di San Paolo, l’eletto da Dio, il quale vi andò per trarne forza per la diffusione della fede cristiana, senza la quale la salvezza è impossibile. Ma qual è il motivo per il quale io devo intraprendere questo viaggio? chi mi autorizza a farlo? Non sono né Enea né San Paolo: né io mi ritengo all’altezza del compito, né qualcun altro me ne ritiene degno. Perciò, se, per quel che riguarda questo viaggio, m’induco ad acconsentire, temo che la mia venuta (nell’oltretomba) sia temeraria: sei saggio; sei in grado di comprendere meglio di quanto io non sia in grado di esprimermi E nello stato d’animo di chi cessa di volere ciò che ha voluto prima e cambia intento per il sopraggiungere di nuovi pensieri, in modo da scostarsi dal proposito iniziale, venni a trovarmi io su quel buio pendio (e scesa nel frattempo la notte), perché portai a termine, col pensiero ( prevedendone tutti gli ostacoli e rendendomi conto della sua folle temerarietà), l’impresa cui mi ero accinto con tanta baldanza. "Se ho capito bene il tuo discorso" rispose l’ombra di Virgilio, "il tuo animo è fiaccato dalla pusillanimità: essa molte volte ostacola l’uomo tanto da allontanarlo da un’impresa onorata, così come una ingannevole apparenza fa volgere indietro una bestia quando si adombra. Perché tu ti liberi da questo timore, ti esporrò il motivo per cui sono venuto (in tuo aiuto) e ciò che udii quando per la prima volta sentii pietà per il tuo stato. Mi trovavo (nel limbo) tra coloro che sono in una condizione intermedia tra i beati e i dannati al fuoco eterno, quando fui chiamato da una donna di tale bellezza e soffusa di tanta letizia, da essere indotto a pregarla di comandare. La luce dei suoi occhi vinceva quella delle stelle; e cominciò a parlarmi dolcemente e pacatamente, con voce d’angelo: "O cortese anima mantovana, la cui fama dura ancora fra gli uomini, ed è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà il mondo, colui che è amato da me, ma non dalla sorte, ha trovato tali ostacoli sul deserto pendio del colle, che si è già volto indietro per la paura; il mio timore è che egli si sia a tal punto nuovamente perduto (nel buio del peccato), da rendere ormai tardivo (e quindi inutile) il mio aiuto, per quel che di lui mi è stato riferito in cielo. Va dunque, e aiutalo sia con la tua eloquenza sia con tutto ciò che altrimenti occorra per la sua salvezza, in modo da rendermi contenta. Io, che ti invito ad andare, sono Beatrice; vengo dal cielo, dove desidero tornare; sono stata spinta (fin qui) da amore e amore ha ispirato le mie parole. Quando sarò davanti a Dio, spesso Gli parlerò degnamente di te." Allora tacque, e poi io cominciai: "O signora di virtù, per la quale virtù soltanto il genere umano è superiore ad ogni altro essere contenuto dal cielo (quello della Luna) che compie (nel suo moto di rotazione intorno alla terra) i giri più piccoli, il tuo comando mi è così gradito, che, se anche avessi iniziato ad obbedirti, mi sembrerebbe pur sempre d’aver fatto tardi; più non occorre che tu mi manifesti: il tuo volere. Dimmi piuttosto il motivo per cui non temi di scendere qua in basso, nel centro dell’universo ( occupato appunto dall’inferno), dal luogo sconfinato (I’Empireo), dove bruci dal desiderio di ritornare." "Poiché vuoi penetrare tanto in profondità con la tua mente, ti dirò in breve perché non temo di scendere nell’inferno" mi rispose. Conviene temere soltanto quelle cose che possono arrecare danno; le altre no, poiché non sono temibili. Dio mi creò, per sua grazia,tale che la vostra miseria di peccatori non mi tocca, né possono attaccarmi le fiamme infernali. Nel cielo una donna gentile (la Vergine) ha compassione per queste difficoltà verso le quali io ti mando (a liberare Dante), tanto da mitigare la severità della giustizia divina. Questa chiamò Lucia e disse: "Il tuo fedele ha ora bisogno di te, ed io a te lo raccomando". Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse, e venne dove io sedevo insieme all’antica Rachele. Parlò: - Beatrice, vera gloria di Dio (loda: lode, in quanto la sua perfezione torna a gloria di chi la creò), perché non aiuti chi tanto ti amò, colui che, per amor tuo, seppe elevarsi sulla turba dei mediocri? non odi il suo pianto angoscioso? non vedi il pericolo della dannazione che lo assale sul fiume (del peccato), sul quale il mare non può vantare la sua forza? Sulla terra non ci furono mai persone così pronte a perseguire il loro utile e a evitare ciò che potesse danneggiarle, come fui pronta io, dopo che tali parole mi furono dette, nello scendere fin quaggiù dal mio seggio di beata, confidando nella tua nobile eloquenza, che onora sia te sia quelli che l’hanno intesa (traendone profitto spirituale)." Dopo avermi dette queste cose, volse verso di me gli occhi lucidi di lagrime; e per questo mi rese più sollecito a venire (dove tu eri); e come Beatrice volle venni da te; ti portai via dal cospetto della lupa, che t’aveva impedito di raggiungere per la via più breve la cima del colle. Che hai dunque? perché, perché indugi ? perché accogli in cuore tanta pusillanimità? perché non hai coraggio e schietta fiducia in te stesso? dal momento che tre beate tanto potenti perorano la tua causa davanti al tribunale di Dio, e che le mie parole promettono (al tuo viaggio) un esito così felice? " Come i gracili fiori, prostrati a terra con le corolle serrate per difendersi dal freddo della notte, appena li rischiara all’alba il primo raggio di sole si ergono sui loro steli con le corolle tutte aperte, così mi ripresi dal mio precedente stato di abbattimento, e tanto coraggio entrò nel mio animo, che cominciai (a parlare) libero da ogni timore: "Oh misericordiosa colei che mi venne in aiuto! e te generoso, che non hai tardato a prestare obbedienza alle veritiere parole che ti indirizzo! Col tuo ragionamento mi hai a tal punto predisposto l’animo con desiderio al viaggio, che sono tornato ad avere l’intenzione che avevo in origine. Incamminati dunque, poiché un’unica volontà ci governa: siimi guida, padrone, maestro. " Cosi parlai; ed essendosi egli avviato, entrai (dietro a lui) nell’arduo e orrido cammino.

Inferno: I Canto

A metà della nostra esistenza terrena mi trovai a vagare in una buia foresta, nella condizione di chi ha smarrito la via del retto vivere. Mi è assai difficile descrivere questa selva inospitale, irta di ostacoli e ardua da attraversare, che al solo pensarci risuscita in me lo sgomento. Il tormento che provoca è di poco inferiore all’angoscia della morte; ma per giungere a parlare del bene incontratovi, dirò prima delle altre cose che in essa ho vedute. Ma, giunto alle pendici di un colle, dove terminava la selva che mi aveva trafitto il cuore di angoscia, volsi lo sguardo in alto, e vidi i declivi presso la cima già illuminati dai raggi dell’astro (il sole) che guida secondo verità ciascuno nel suo cammino. Allora la paura che, per tutta la notte da me trascorsa in così compassionevole affanno, mi aveva attanagliato nel profondo del cuore, placò in parte la sua violenza, E con l’aspetto del naufrago che, appena raggiunta con affannoso respiro la terraferma, si volge ad abbracciare con lo sguardo crucciato l’immensità degli elementi scatenati, mi volsi indietro, con l’animo ancora atterrito, a rimirare la impervia plaga da cui nessun essere vivente riuscì mai a venir fuori. Dopo aver riposato un poco il corpo stanco, ripresi ( senza interruzioni) la mia salita lungo il pendio desolato, in modo che il piede fermo era sempre più basso rispetto a quello in movimento. Ma, giunto quasi all’inizio della salita vera e propria, ecco apparirmi una lince snella e veloce, dal manto chiazzato: essa non si allontanava dal mio cospetto, ma al contrario ostacolava a tal punto il mio procedere, che più di una volta fui sul punto di tornarmene indietro. Era l’alba e il sole saliva in cielo nella costellazione dell’Ariete, con la quale si era trovato in congiunzione allorché Iddio creò, imprimendo loro il movimento, gli astri; per questa ragione erano per me auspicio di vittoria su quella belva dalla pelle screziata l’ora mattutina e la primavera (la dolce stagione: il sole è nel segno dell’Ariete appunto in questa stagione), non tanto tuttavia da far si ch’io non restassi nuovamente atterrito all’apparizione di un leone. Questo sembrava venirmi incontro rabbioso e famelico, col capo eretto, e diffondeva intorno a sé tanto spavento che l’aria stessa sembrava rabbrividirne. E (oltre al leone) una lupa, nella cui macilenta figura covavano brame insaziabili, e che già molte genti aveva reso infelici, mi oppresse di tale sbigottimento con il suo aspetto, che disperai di raggiungere la cima del colle. E come colui che, avido di guadagni, quando arriva il momento che gli fa perdere ciò che ha acquistato, si cruccia e si addolora nel profondo del suo animo, tale mi rese la insaziabile lupa, che, dirigendosi verso di me, mi respingeva nuovamente verso la selva, là dove il sole non penetra con i suoi raggi. Mentre stavo precipitando in basso, mi apparve all’improvviso colui che, per essere stato a lungo silenzioso, sembrava ormai incapace di far intendere la sua voce. Quando lo scorsi nella grande solitudine, implorai il suo aiuto: " Abbi pietà di me, chiunque tu sia, fantasma o uomo in carne ed ossa !" Mi rispose: " Non sono vivo, ma lo sono stato, e i miei genitori furono entrambi lombardi, originari di Mantova. Vidi la luce mentre era ancora in vita Giulio Cesare, benché troppo tardi (per esserne conosciuto e apprezzato), e vissi a Roma al tempo di Ottaviano Augusto, principe di gran valore, in un’età in cui vigeva il culto di divinità non vere e ingannevoli. Fui poeta, e celebrai in versi le imprese di quel paladino della giustizia (Enea), figlio di Anchise, che venne da Troia ( a stabilirsi in Italia ), dopo che la superba città fu incendiata. Ma tu perché vuoi ridiscendere a tanta pena, giù nella valle? Perché non ascendi invece il gaudioso colle, dispensatore e origine di ogni perfetta letizia? " "Sei proprio tu " risposi reverente ed umile " il grande Virgilio, sorgente copiosa d’inesauribile poesia? O tu che onori e illumini chiunque coltivi l’arte del poetare, mi acquistino la tua benevolenza l’assidua consuetudine e il grande amore che mi ha spinto ad accostarmi alla tua opera. Tu sei lo scrittore e il maestro che ha avuto su di me autorità indiscussa; sei l’unico dal quale ho appreso il bello scrivere che mi ha arrecato fama. Guarda la lupa che mi ha fatto tornare sui miei passi: chiedo il tuo aiuto, famoso sapiente, poiché essa mi fa tremare di paura in ogni fibra." Virgilio, reso pietoso dalle mie lagrime: "Tu devi, se vuoi uscire da questo luogo impervio, seguire una altra strada: perché la belva, per la quale tanto ti lamenti, ostacola il cammino a chiunque in essa si imbatte, perseguitandolo senza tregua sino ad ucciderlo; e tanto perversa e malvagia è la sua indole, che nulla può placarne le smodate cupidigie e, invece di saziarla. il cibo ne accresce gli appetiti. Numerosi sono gli animali ai quali si accoppia, e il loro numero è destinato a crescere, fino alla venuta ( in veste di liberatore) di un Veltro, che la ucciderà crudelmente. Né il potere né la ricchezza saranno il suo nutrimento, ma soltanto le qualità della mente e dell’animo, e la sua nascita avverrà tra poveri panni. Sarà la salvezza di quella Italia, ora umiliata, per la quale si immolarono in combattimento la giovinetta Camilla, Eurialo e Turno e Niso. Egli darà la caccia alla lupa in ogni città, fino a costringerla a tornarsene nella sua sede naturale, l’inferno, da dove Lucifero, odio primigenio, la fece uscire. Perciò penso e giudico che, per la tua salvezza, tu mi debba seguire, e io sarà tua guida, e ti condurrò da qui nel luogo della pena eterna, dove udrai i disperati lamenti dei malvagi, vedrai gli spiriti di coloro che, fin dalla più remota antichità, soffrono per l’inappellabile dannazione; e vedrai coloro che sono contenti di espiare le loro colpe nei tormenti purificatori del purgatorio, certi di salire prima o poi al cielo. Se tu vorrai giungere fin lassù, un’anima più nobile di me ti accompagnerà: con lei ti lascerò al momento del mio distacco; poiché Dio, che lassù regna, non permette che qualcuno possa penetrare nella sua città (tra i beati) senza essere stato in terra sottomesso alla sua legge ( cioè cristiano ). Dio è in ogni luogo sovrano onnipotente e ha nel cielo la sua sede; qui si trovano la sua città e l’eccelso trono: felice colui che Dio sceglie perché risieda in cielo" Ed io: " Poeta, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai potuto conoscere, per la mia salvezza temporale ed eterna di condurmi là dove ora hai detto, tanto che io possa vedere la porta del paradiso e le anime che dici immerse in così grandi pene" Virgilio sì incamminò, e io lo seguii.

[mini guida]tv-film-calcio-serie tv-documentari

[mini guida]tv-film-calcio-serie tv-documentari e tutto quello che volete sul pc!
dopo aver letto alcune discussioni sul forum riguardo a megavideo, megaupload, rapidshare e company.Ho deciso di aprire una nuova discussione e scrivere questa "miniguida" sperando sia utile a qualcuno!
Innanzi tutto volevo spiegare che per vedere film, serie tv, cartoni e qualsiasi altra cosa basta andare su google e scrivere:
1)"nome telefilm" in streaming
2)+megavideo +"nome telefilm"
3)+streaming +mediavideo (se scrivete così vi usciranno tutti quei siti che raccolgono film e serie tv)

Per esempio:
1)matrix in streaming
2)+megavideo +"alla ricerca della felicità"
[i più servono per cercare i siti che hanno esclusivamente quelle parole nel testo, e le virgolette per cercare quella frase esatta]

oppure potete andare su siti specifici come:
http://www.linkstreaming.com/
http://www.streamingx1.net/ (qui potete anche vedere le partite)

inoltre se dovete scaricare un film, un software o qualsiasi altra cosa. Ricordate che esistono molti siti di hosting, e per trovare materiale basta la solita ricerca mirata su google usando le chiavi di ricerca:
1) +megaupload +ubuntu
2) +rapidshare +"back track"
3) +depositfile +mandriva
[ATTENZIONE!!! NON VI FIDATE MAI DI RAPIDLIBRARY RAPIDSHARSEARCH E RAPIDSHARE-SEARCHER, FIDATEVI SOLO DI BLOG/FORUM E SITI ATTENDIBILI!]

di seguito vi elenco tutti gli hosting che conosco:
http://depositfiles.com/
http://uploaded.to/
http://sharingmatrix.com/
http://rapidshare.com/
http://megashares.com/
http://megaupload.com/

quindi per effettuare ricerche mirate basta immettere nel campo di ricerca:
+"nome hosting" +"nome file"


Avvolte capitano degli intoppi!
1)Durante la visione di un film in streaming si interrompe la visione del film perchè megavidea pone delle limitazioni in quanto chi vuole vedere il film per intero deve avere un account.
Per ovviare al problema basta spegnere e riaccendere il router, mentre per chi ha un account statico può provare con un proxy o privoxy(anche se la connessione rallenterà un pò)

2)Anche megaupload pone delle limitazione, le quali per essere superate si deve acquistare un account premium.
Per ovviare al problema basta procurarsi un software di nome JDownloader, con il quale basta copiare tutti i link nel linkgrabber, e sarà il software ad occuparsi delle gestione dei vari file. Salterà i secondi di attesa, salterà le capta, tutto automaticamente.


Inoltre con quest'ultimo programma citato è possibile scaricare i video da youtube convertendoli direttamente nel formato desiderato(mp3, mp4, 3gp ecc..)

Spero di esservi stato utile!!! Per qualsiasi info chiedete pure

venerdì 2 ottobre 2009

programmazione 2 esercizio

/* Implementare in una function C l'algoritmo Selection Sort su una lista bidirezionale.*/

#include
#include
#include
/* Tipo di dati */
typedef struct lista *lista_pointer;
typedef struct lista {
int dati;
lista_pointer precedente;
lista_pointer successivo;
} lista;
/* Prototipi di funzione */
void crea_lista();
void selection_sort();
lista_pointer valore_minimo(lista_pointer nodo);
void scambiare(lista_pointer x, lista_pointer y);

/* Variabili globali */
lista_pointer testa, testa2;
void main()
{
lista_pointer temp;
printf("QUESTO PROGRAMMA IMPLEMENTA L'ALGORITMO 'SELECTION SORT'\n");
printf("SU UNA LISTA BIDIREZIONALE\n\n\n");
/* Chiamata alla function per la creazione della lista bidirezionale */
crea_lista();
printf("LISTA BIDIREZIONALE 'NON ORDINATA'\n\n");
temp = testa;
/* Ciclo while che visualizza la lista disordinata */
while(temp != NULL) {
printf("[%d]->", temp->dati);
temp = temp->successivo;
}
printf("NULL\n\n");
/* Chiamata alla function selection_sort */
selection_sort();
printf("LISTA BIDIREZIONALE 'ORDINATA'\n\n");
temp = testa;
/* Ciclo while che visualizza la lista ordinata */
while(temp != NULL) {
printf("[%d]->", temp->dati);
temp = temp->successivo;
}
printf("NULL\n\n");
}

//Function selection_sort
void selection_sort()
{
lista_pointer minimo, temp;

temp = testa;
while(temp != NULL) {
/* Calcola il minimo */
minimo = valore_minimo(temp);
/* mette il minimo nella sua posizione */
scambiare(temp, minimo);
/* Accorcia la porzione da ordinare */
temp = temp->successivo;
}
}

//Function valore_minimo
lista_pointer valore_minimo(lista_pointer nodo)
{
lista_pointer minimo, temp;


minimo = nodo;
temp = minimo->successivo;

while(temp != NULL) {
if(temp->dati < minimo->dati)
minimo = temp;
temp = temp->successivo;
}

return minimo;
}

//Function scambiare
void scambiare(lista_pointer x, lista_pointer y)
{
int dati;


dati = x->dati;
x->dati = y->dati;
y->dati = dati;
}



//Function crea_lista
void crea_lista()
{
srand (unsigned int) time(NULL);
lista_pointer nodo;
int i;


testa = (lista_pointer) malloc(sizeof(lista));
nodo = (lista_pointer) malloc(sizeof(lista));
testa2 =NULL;
nodo->precedente=nodo;
nodo->dati =rand()%50;
nodo->successivo=testa2;
for (i=2; i<8;i++)
{
nodo->precedente=nodo;
nodo->dati =rand()%50;
nodo->successivo=testa2;
}

testa->dati = rand()%50;
testa->precedente = NULL;
testa->successivo = nodo;
testa2->dati = rand()%50;
testa2->precedente = nodo;
testa2->successivo = NULL;

}

Esercizio programmazione 2 num 8

#include
#include

void somma_binario(short Ris[100],short op1,short op2)
{
short i=100-1;
short riporto,sum;
riporto=1;
while(riporto>0)
{
sum=op1^op2;
riporto=op1&op2;
riporto=riporto<<1;
op1=sum;
op2=riporto;
}
while(i>=0&&op1!=0)
{Ris[i]=op1&1;op1=op1>>1;i=i-1;}
for(i=0;i<100;i++)
{printf("%d",Ris[i]);}

}
int main()

{

short Ris[100];
short op1,op2,i;
printf("Programma che esegue un addizione binaria tra due numeri con operatori bitwise\n");
printf("Inserire primo numero=");
scanf("%d",&op1);
printf("inserire secondo numero=");
scanf("%d",&op2);
for(i=0;i<100;i++)
Ris[i]=0;
somma_binario(Ris,op1,op2);
system("PAUSE");
return 0;
}

Programmazione 2

#include
#include
#include

unsigned char function_prodotto_divisione (unsigned char numero,char x,char k);
unsigned char function_operatori(unsigned char numero,char x,char k);
void stampa_bit (unsigned char numero ,unsigned char array[]);
unsigned char function_maschera (unsigned char numero,char x,char k);

int main()
{
unsigned char numero,maschera,operatori,prod_div;
char x,k;
unsigned char array[8];
int i;


printf ("inserire il numero = ");
scanf ("%d",&numero);
//stampo il numero immesso dall'utente in binario
stampa_bit (numero,array);
printf ("il numero rappresentato in binario = ");

for (i=0;i<8;i++)
printf ("%d",array[i]);
printf ("\n");

//k contiene il numero dei bit che vogliamo estrarre da numero
printf ("inserire il numero dei bit da estrarre = ");
scanf ("%d",&k);


printf ("se vogliamo estrarre i %d meno significativi inserire 1,altrimenti 2=",k);
scanf ("%d",&x);
fflush(stdin);

//chiamate alle function
maschera =function_maschera (numero,x,k);
operatori=function_operatori(numero,x,k);
prod_div=function_prodotto_divisione (numero,x,k);
//stampo i risultati
printf ("la maschera ottenuta = %d\n",maschera);
printf ("estrazione mediante operatori = %d\n",operatori);
printf ("estrazione mediante prod e divisioni per 2 = %d\n",prod_div);

system("PAUSE");
return 0;

}


//function che estrae i bit piu' o meno significativi
//mediante una maschera
unsigned char function_maschera (unsigned char numero,char x,char k)
{
unsigned char maschera;

switch (x){
//creo una maschera per salvare i k bit meno significativi
case 1:
maschera =(unsigned char)pow(2,k)-1;
//salvo i k bit meno significativi
maschera = maschera№
break;
//creo una maschera per salvare i k bit piu' significativi
case 2:
maschera = (unsigned char)pow(2,k)-1;
maschera=maschera<<(8-k);
maschera=maschera№
break;
default:break;
}
return maschera;
}


//function che estrae i bit piu' o meno significativi
//mediante gli operatori di shift << o >>
unsigned char function_operatori(unsigned char numero,char x,char k)
{
switch (x){

case 1:
numero = numero<<(8-k);
numero=numero>>(8-k);
break;

case 2:
numero = numero>>(8-k);

break;
default:break;
}
return numero;
}


//function che estrae i bit piu' o meno significativi
//mediante la moltiplicazione o la divisione per 2
unsigned char function_prodotto_divisione (unsigned char numero,char x,char k)
{
switch (x){
case 1:
//il prodotto per potenze di due serve per shiftare a sinistra
numero=numero*(unsigned char)pow(2,8-k);
//la divisione per potenze di due serve per shiftare a destra
numero=numero/(unsigned char)pow(2,8-k);
break;

case 2:
numero=numero/(unsigned char)pow(2,8-k);
break;

default:break;
}
return numero;
}




void stampa_bit (unsigned char numero ,unsigned char array[])
{
//Numero è la variabile di cui vogliamo la rappresentazione binaria
//array[] serve come variabile d'appoggio, ovvero per memorizzare
//al suo interno i bit di numero

char j;
j=8-1;
do {
//Viene considerato il bit piu a destra del numero
//se vale 0 memorizzeremo 0 altrimenti 1
array[j]=numero&1;
//Decrementiamo j perchè partiamo dall'ultimo elemento
//per arrivare al primo
--j;
//Una volta valutato l'ultimo elemento del numero, possiamo
//cancellarlo e passare al successivo mediante shift
numero=numero>>1;
//questa condizione ci permette di anticipare l'uscita
//nel caso in cui ci sono tutti 0 e quindi risulterebbe inutile
//fare altri shift
}while(numero!=0);


//j>0 solo nel caso in cui siamo usciti prima dal ciclo
//precedente
if (j>0)
{
//e quindi azzeriamo la restante parte delle locazioni
//dell'array
do {
array[j]=0;
--j;
}while(j>=0);
}
}

esercizi programmazione 2

/*Realizzare in C le funzioni per la gestione delle strutture
dati pila e coda mediante lista dinamica e generica rispettivamente nodo sentinella
*/

#include
#include
#include

typedef struct
{//STRUTTURA GLOBALE PER LA LISTA GENERICA E QUELLA DEL MAIN.
int dato;
int nome[20];
} INFO_FIELD;

void push (void **head, INFO_FIELD dato, char len_dato);
void pop (void **head);

void main()

{
typedef struct LISTA
{
INFO_FIELD info_lista;
struct LISTA *p_next;
} LISTA;
LISTA *head, *p_punt;//TESTA DELLA PILA E PUNTATORE DI VISITA.

int scelta;
INFO_FIELD valore;
head = NULL;

while (1) {
printf ("Simulazione di una pila (tramite lista lineare)\n\n");
printf ("<1> - > PUSH: Inserisce un elemento alla testa della pila\n\n");
printf ("<2> - > POP: Elimina un elemento dalla testa dello stack\n\n");
printf ("<3> - > Visualizza la pila corrente\n\n");
printf ("<4> - > Esce dal programma\n\n");
printf ("Inserire l'operazione da effettuare: ");
scanf ("%d", &scelta);
p_punt = head;
printf ("\n");
//PUSH.

if (scelta == 1)
{
printf ("Hai selezionato l'operazione di PUSH.\n\n");
printf ("Inserire un valore: ");
scanf ("%d", &valore.dato);
push (&head, valore, sizeof(INFO_FIELD));
}
//POP.
else if (scelta == 2)
{
if (p_punt == NULL)
printf ("Impossibile effettuare l'operazione di POP in quanto la pila e' vuota.\n\n");
else {
printf ("Operazione di POP.\n\n");
pop (&head);
}
}

//VISUALIZZA PILA.
else if (scelta == 3)
{
if (p_punt == NULL)

printf ("Impossibile visualizzare la pila in quanto e' vuota.\n\n");
else
{
printf ("Visualizzazione della pila\n\n");
do
{
printf ("\t\t%d\n\n", p_punt -> info_lista.dato);
p_punt = p_punt -> p_next;
} while (p_punt != NULL);
}
}

//ESCE DAL PROGRAMMA.

else if (scelta == 4)
{
printf ("Chiusura del programma. Arrivederci %c\n\n", 1);
exit(1);
}
printf ("\n");
system ("pause");
system ("cls");
}
}

//INSERISCE UN ELEMENTO IN TESTA ALLA PILA.

void push (void **head, INFO_FIELD dato, char len_dato)
{
typedef struct generico
{//LISTA GENERICA.
INFO_FIELD info_generico;
struct generico *p_next;
} GENERICO;
GENERICO *punt;

punt = malloc (sizeof (GENERICO));
memcpy (punt, &dato, len_dato); //COPIA IL BLOCCO DELLA VARIABILE DATO,
//NEL BLOCCO PUNTATO DA PUNT(SIZE=LEN_DATO).
punt -> p_next = (GENERICO *)(*head);
(GENERICO *)(*head) = punt;
}

//ELIMINA UN ELEMENTO DALLA TESTA DELLA PILA.
void pop (void **head)
{
typedef struct generico
{//LISTA GENERICA.
INFO_FIELD info_generico;
struct generico *p_next;
} GENERICO;
GENERICO *punt;

punt = (GENERICO *)(*head);
(GENERICO *)(*head) = ((GENERICO *)(*head)) -> p_next;
free (punt);//PUNT E' UTILE LIBERARE MEMORIA.
}

Esercizio programmazione 2

/*Costruzione di un grafo orientato mediante matrice di adiacenze , in input
sono speicifcati quelli rangiugibili .Scegliendo in input un nodo, che restituisca
il numero di archi usati e quello degli archi entranti*/


#include
#include
#define N 15//MASSIMO NUMERO DI NODI CHE SI POSSONO UTILIZZARE
void print_grafo (char grafo[][N], char n_nodi);
void costruisci_grafo (char grafo[][N], char i_nodo, char i_adiacente);
char archi_uscenti (char nodo[], char n_nodi);
char archi_entranti (char grafo[][N], char i_nodo, char n_nodi);

void main()
{
//ARRAY DEI NODI E ARRAY BIDIMENSIONALE PER COSTRUIRE LA MATRICE DI ADIACENZE
char nodi[N], grafo[N][N] = {0};
//VARIABILI D'INCREMENTO PER I CICLI
char i, j, k;
//VALORE DEL PRIMO CARATTERE ('A'), NUMERO DI NODI, INDICE DEL NODO CORRENTE
char carattere = 65, n_nodi, i_nodo = 0;
//NUMERO DI ARCHI, MASSIMO NUMERO DI ARCHI, GRADO DEL NODO, INDICE DEL NODO ADIACENTE
char n_archi, i_adiacente;
//ARCHI USCENTI, ARCHI ENTRANTI
char archi_out, archi_in;
for(i=0;i nodi[i] = carattere++;
do{
printf("Inserire il numero di nodi da creare (MAX %d): ",N);
scanf("%d", &n_nodi);
} while(n_nodi<=0 || n_nodi>N);
system("cls");
do{
printf("%-8s", "Nodi:");
for(k=0;k printf("%-2c ", nodi[k]);
printf("\n\n");
printf("%-8s", "Indici:");
for(k=0;k printf("%-2d ", k);
printf("\n\n");
do{
printf("Inserire il numero di archi per \'%c\' (MAX %d): ",nodi[i_nodo],n_nodi-1);
scanf("%d", &n_archi);
} while(n_archi<=0 || n_archi>n_nodi-1);
for(j=0;j printf("Inserire l'indice del nodo da raggiungere (!= da %d): ", i_nodo);
scanf("%d", &i_adiacente);
costruisci_grafo(grafo, i_nodo, i_adiacente);
}
system("pause");
system("cls");
i_nodo++;//PASSA AL NODO SUCCESSIVO
} while(i_nodo < n_nodi);
printf("Il grafo e' stato costruito correttamente.\n\n");
printf("Grafo rappresentato tramite matrice di adiacenze: \n\n");
print_grafo(grafo, n_nodi);
printf("Per uscire inserire -1\n\n");
do{
printf("Di quale nodo vuoi conoscere il numero di archi uscenti ed entranti?:");
scanf("%d", &i_nodo);
archi_out = archi_uscenti(grafo[i_nodo], n_nodi);
archi_in = archi_entranti(grafo, i_nodo, n_nodi);
printf("Archi Uscenti: %d\n", archi_out);
printf("Archi Entranti: %d\n", archi_in);
} while(i_nodo>=0 && i_nodo}

//STAMPA LA MATRICE DELLE ADIACENZE
void print_grafo(char grafo[][N], char n_nodi){
char i, j;
for(i=0;i printf("%c", i + 65);
for(j=0;j printf("%d", grafo[i][j]);
printf("\n\n");
}
}

//INIZIALIZZA LA MATRICE CHE RAPPRESENTA GLI ARCHI DI CIASCUN NODO
void costruisci_grafo(char grafo[][N], char i_nodo, char i_adiacente){
grafo[i_nodo][i_adiacente] = 1;
}

//CALCOLA IL NUMERO DI ARCHI USCENTI DEL NODO
char archi_uscenti(char nodo[], char n_nodi){
char i, conta = 0;
for(i=0;i if(nodo[i] == 1)
conta++;
}
return conta;
}

//CALCOLA IL NUMERO DI ARCHI ENTRANTI
char archi_entranti(char grafo[][N], char i_nodo, char n_nodi){
char i, conta = 0;
for(i=0;i if(grafo[i][i_nodo] == 1)
conta++;
}
return conta;
}

martedì 22 settembre 2009

Esercizi fisica da 1 a 4

Esercizio 1:
dati i vettori (espressi in coordinate cartesiane):

u = 6i - 4j + 2k
v = 2i - 6j + 10k
z = 4i + 2j - 8k

stabilire se essi formano un triangolo rettangolo.


Soluzione:

innanzitutto, affincé formino un triangolo rettangolo, è ovviamente necessario che tra due di essi vi sia un angolo retto. Come verificarlo? Bisogna calcolare (a coppie di vettori) il loro prodotto scalare: se per una di queste coppie il prodotto scalare risulta nullo, tale coppia di vettori forma un angolo retto. Procediamo per tentativi, calcolando cioè i prodotti scalari dei vettori, lavorando quindi sulle loro componenti:

u.v=(6x2)+(4x6)+(2x10)=12+24+20 !=0 NON formano angolo retto;
u.z=(6x4)+[(-4)x2]+[2x(-8 )]=24-8-16=0 FORMANO angolo retto.

Avendo verificato che due dei vettori dati (u e z) formano un angolo retto, resta da stabilire se tutti e tre formano un triangolo (che sarà ovviamente rettangolo, avendo un angolo retto, come appena dimostrato). Come si fa a stabilire se è un triangolo? Basta applicare il teorema di Pitagora al "presunto" triangolo, i cui cateti sono i due vettori che individuano l'angolo retto (u e z) e l'ipotenusa il terzo vettore v. Quindi la somma dei quadrati costruiti sui cateti deve essere uguale al quadrato costruito sull'ipotenusa, quindi la somma dei quadrati dei moduli dei due vettori "cateti" deve essere uguale al quadrato del terzo vettore "ipotenusa". Come si calcola il modulo di un vettore? Ancora una volta con il teorema di Pitagora applicato alle sue componenti, per cui avremo:

modulo di u al quadrato= 6^2 + (-4)^2 + 2^2= 36 + 16 + 4= 56;
modulo di z al quadrato= 4^2 + 2^2 + (-8 )^2= 16 + 4 + 64= 84;
modulo di v al quadrato= 2^2 + (-6)^2 + 10^2= 4 + 36 + 100=140;

56+84=140, quindi il teorema di Pitagora vale; in conclusione i tre vettori individuano un triangolo rettangolo.


Esercizio 2:
sia P un punto di coordinate x, y (in un sistema di assi cartesiani) individuato dal vettore posizione r(3i+2j)m. Su di esso agisce una forza F di intensità 4/r^2 N diretta secondo la congiungente P con l'origine O degli assi.
Esprimere F, Fx e Fy e calcolarne i moduli.


Soluzione:

rappresentazione grafica (conviene sempre farla!):
in sostanza si tratta di disegnare un paio di assi cartesiani segnando con O l'origine e con P un generico punto del piano; quindi basta puntare la matita in un punto qualsiasi del piano cartesiano e scriverci vicino P(x,y). Fatto questo, poiché sappiamo che tale punto è "individuato dal vettore posizione r(3i+2j)m", allora tracciamo questo vettore posizione che parte ovviamente dall'origine O e "indica" P, cioè ha la sua punta in P. Le componenti di questo vettore r sono 3i (rispetto all'asse x) e 2j (rispetto all'asse y): è possibile indicarle sul disegno stesso. Dopo di che sappiamo che la forza F (che ovviamente anche è un vettore) agisce su P "secondo la congiungente P con l'origine O degli assi", cioè in sostanza la direzione del vettore F è esattamente la stessa di r MA il suo verso è opposto.

Fatto il disegno, rimane da determinare la soluzione. Allora innanzitutto dobbiamo esprimere il vettore F: il suo modulo già lo conosciamo (è 4/r^2), ci rimane da determinarne direzione è verso; abbiamo appena detto, però, che la direzione di tale vettore è la stessa di r e il suo verso è opposto: il fatto che la direzione sia la stessa, significa che F e r hanno lo stesso versore (e quindi anche le stesse componenti) MA cambiato di segno, per esprimere il fatto che F è opposto a r. Non dovrebbe risultare quindi strano esprimere F come segue:

F=-4/r^2r/r,

dove:
il segno - indica appunto che F, rispetto a r, è opposto;
4/r^2 altro non è che il modulo di F, che era già noto in partenza;
r/r è il versore di r (e quindi di F, essendo lo stesso cambiato di segno), dato dal rapporto tra vettore stesso e il suo modulo.
Moltiplicando (-4/r^2)xr/r otteniamo -(4/r^3)xr, dove il vettore r può essere scritto con le sue componenti, quindi in definitiva avremo che il vettore F è:

F=-4/r^3(3i +2j).

A questo punto abbiamo espresso F vettorialmente. Ora ci resta da definire i moduli di Fstesso e delle sue componenti Fx e Fy:
per quanto riguarda le componenti di F (Fx e Fy), queste si possono ricavare facilmente da

F=-4/r^3(3i +2j)

moltiplicando il modulo di F per le componenti 3i e 2j, quindi F(12/r^3 +8/r^3). Ricordando ora che il modulo di r è radquad(13), che possiamo scrivere come 13^(1/2), abbiamo

Fx=-12/r^3, quindi Fx=-12/(13^3/2) N, da cui Fx=-0,26N

e

Fy=-8/r^3, quindi Fy=-8/(13^3/2) N, da cui Fy=-0,17N.

I segni - sono dovuti al fatto che le componenti orizzontale e verticale della forza sono ovviamente opposte alle componenti del vettore spostamento: giacché queste ultime sono state scritte col segno positivo, allora per esprimere il concetto di "contrarietà" aggiungiamo al valore delle componenti di F il segno "meno" (osservazione di neosse76)

Ultimo punto: modulo di F. Teorema di Pitagora tramite le sue componenti-> F=radquad((-0,26N)^2+(-0,17N)^2)N=0,31N.

Per il terzo esercizio, come dicevo anche nel post precedente, occorre un minimo di rappresentazione grafica. Ho realizzato qualcosa rigorosamente con paint (:mrgreen:) che è possibile visionare cliccando qui (se il link non funziona - cosa più che probabile - avvisatemi). In questo stesso file, oltre che la spiegazione del disegno, ho inserito la traccia dell'esercizio, che comunque riporto qui di seguito.

Esercizio 3:

Un corpo di massa M=50kg è tenuto in equilibrio in aria da due funi: l'una orizzontale e l'altra inclinata di 50° rispetto alla direzione verticale. Il corpo è in equilibrio. Determinare il valore delle tensioni T1 e T2.

Soluzione:

Affinché il corpo sia in equilibrio, è necessario che la somma delle forze su di esso agenti sia nulla. Quindi questo significa che T1, T2 e P (forza peso) devono controbilanciarsi perfettamente. Tengo a specificare che le "tensioni T1 e T2" altro non sono che le forze "tiranti" esercitate rispettivamente dalla prima e dalla seconda fune.
Per semplicità stiamo considerando il sistema come se fosse bidimensionale, quindi ciascuna forza avrà due sole componenti, l'una orizzontale e l'altra verticale. La stessa forza totale (che battezziamo F) che agisce sul corpo ha due componenti, che chiamiamo Fx e Fy. Affinche quindi la forza totale F sia nulla, devono essere nulle le sue singole componenti Fx e Fy, quindi dobbiamo prima ricavarle e poi porle uguali a 0. Avremo in tal modo due equazioni che ci permetteranno di ricavare i due valori incogniti T1 e T2, che sono quelli che ci interessano ai fini dell'esercizio.

Ricaviamo prima la componente Fx, quindi la componente orizzontale della forza totale:
è ovvio che questa è data dalla somma delle componenti orizzontali di tutte (essendo appunto F forza totale) le forze in gioco, quindi

Fx=componente_orizzontale_T1+componmente_orizzontale_T2+componente_orizzontale_peso.

Stabiliamo una convenzione: poiché abbiamo forze rivolte verso sinistra e destra e verso l'alto e il basso, quindi forze che agiscono in versi opposti, consideriamo positive le forze verso destra e verso l'alto e negative le forze verso sinistra e verso il basso (ecco perché nel disegno la forza peso P vale -M*g: è rivolta verso il basso). Nulla ci vieta di adottare la convenzione opposta: quello che è necessarioè distinguere le forze "opposte" con i due segni + e -.

1) Qual è la componente orizzontale di T1? La risposta è semplice: essendo T1 la tensione della fune orizzontale, ovviamente tutto il valore di tale forza è costituito dalla sua componente orizzontale (quella verticale è nulla), quindi la componente orizzontale di T1 è proprio T1, cioè il modulo della tensione stessa. NB: per la convenzione adottata, essendo T1 una forza "verso sinistra", le dobbiamo applicare il segno -, quindi in definitiva tale componente sarà -T1;

2) qual è la componente orizzontale della forza peso? Ancora una volta la risposta è banale: essendo la forza peso rivolta verso il basso, è evidente che la sua componente orizzontale è nulla, quindi non influisce nella componente orizzontale della forza totale;

3) infine, qual è la componente orizzontale di T2? Dobbiamo ricorrere alle formule di trigoniometria applicandole al triangolo rettangolo che appare nella figura: in sostanza la componente orizzontale di T2 è - diciamo - "la base" di tale triangolo, cioè la parte di direzione orrizzontale compresa tra il corpo e la linea rossa. Come si può calcolare con i dati che abbiamo? E' semplice, se ci si ricorda che in ogni triangolo rettangolo la misura di un cateto è data dal prodotto dell'ipotenusa per il seno dell'angolo opposto al cateto stesso, quindi nel nostro caso componente_orizzontale_T2=T2*senA, dove "A" sta per "alfa" e T2 è l'ipotenusa del triangolo rettangolo in questione; a tale componente non dobbiamo mettere il segno meno perché è rivolta verso destra (v convenzione);

in definitiva abbiamo quindi che

Fx = -T1 + T2*senA

dovendo porre tale quantità uguale a zero (per i motivi che abbiamo detto prima) otteniamo l'equazione -T1 + T2*senA = 0.

Dobbiamo ora ricavare la componente vertivale Fy della forza totale, quindi avremo che

Fy=componente_verticale_T1+componmente_verticale_T2+componente_verticale_peso.

1) Qual è la componente verticale di T1? T1 è una forza esercitata secondo la direzione orizzontale, quindi la sua componente verticale è nulla e non influisce sulla forza totale;

2) qual è la componente verticale della forza peso? Essendo la forza peso verticale e rivolta verso il basso, la sua componente verticale è il modulo stesso della forza peso, quindi M*g (dove M è la massa e g l'accelerazione di gravità); a tale quantità, però, sempre per la convenzione che abbiamo adottato, dobbiamo cambiare il segno perché è rivolta verso il basso, quindi avremo componente_vercitale_peso=-M*g;

3) qual è la componente verticale di T2? Dobbiamo ancora una volta ricorrere alle formule trigoniometriche applicate a quel triangolo rettangolo: la componente verticale di T2 è quel segmento rosso, che altro non è che un cateto di tale triangolo, quindi è uguale, in virtù dei soliti teoremi e delle solite formule, al prodotto dell'ipotenusa per il coseno dell'angolo compreso, quindi a T2*cos50°, dove T2 è l'ipotenusa del triangolo rettangolo e 50° l'angolo compreso tra T2 e il cateto rosso; essendo A (alfa) proprio uguale a 50° possiamo scrivere che componente_verticale_T2=T2*cosA. Dobbiamo cambiare segno a questa forza? No, perché è rivolta verso l'alto e noi abbiamo stabilito per convenzione che ecc.. ecc...

in definitiva abbiamo quindi che

Fy = -M*g + T2*cosA

dovendo porre tale quantità uguale a zero (per i motivi che abbiamo detto prima) otteniamo l'equazione -M*g + T2*cosA = 0.

A questo punto l'esercizio si riduce ad una serie di calcoletti. Abbiamo il nostro sistema a due equazioni in due incognite:

{
{ -T1+T2*senA=0
{
{ -M*g+T2*cosA=0
{

Ricaviamo T2 dalla seconda equazione: abbiamo T2=(M*g)/cosA; ricaviamo anche T1 dalla prima: T1=T2*senA. Sostituiamo in questa seconda equazione il valore di T2=(M*g)/cosA: otteniamo

T1=M*g*(senA/cosA)=M*g*(tgA)

quanto vale allora T1? Basta andare a sostituire, nella relazione, i valori della massa, di g e della tangente di A (che si può ricavare con una calcolatrice scientifica); approssimando ai centesimi abbiamo quindi:

T2=50*9,80*1,19 kg*m/s^2=583,1 kg*m/s^2, cioè 583,1 N;

ricaviamo inoltre T2 dalla relazione T2=(M*g)/cosA:

T2=(50*9,80)/0,64 1kg*m/s^2=762,30 kg*m/s^2, cioè 762,30 N

Questi sono dunque i valori delle due tensioni.

In realtà (non so se ho copiato male dalle slide) il valore di T2 secondo il prof. Fusco dovrebbe essere 684,08 N, che è ben diverso da quello che ho ricavato io: non credo di aver commesso errori, quindi credo che la cosa si spieghi semplicemente tenendo presente che il professore inserisce "ad arte" degli errori negli esercizi per impedire che gli studenti se ne impossessino e li copino pedissequamente all'esame, cosa che succede spesso (ecco spiegati i 100-200 bocciati ad ogni sessione d'esame: si tratta di studenti che copiano gli esercizi senza nemmeno darsi cura di dargli uno sguardo per vedere se ci sono errori...)

**Uso la lettera “w” per indicare la lettera greca “omega”**

Esercizio 4:

Le equazioni parametriche (di parametro t) seguenti descrivono la variazione della posizione (rispettivamente della componente orizzontale e di quella verticale) di un corpo moventesi su un piano:

{
{ x = r*cos(w*t)
{
{ y = r*sin(w*t)
{

con r=1,45m e w=2 s^-1.

Determinare la traiettoria del moto del corpo, il valore della sua velocità e della sua accelerazione centripeta.


Soluzione:

Per ricavare l’equazione della traiettoria del corpo bisogna esprimere una componente in funzione dell’altra. Il procedimento più istintivo sarebbe quello di ricavare il parametro t da una delle due equazioni e di andarlo a sostituire nell’altra (“eliminazione del parametro”); tuttavia, in questo caso, i calcoli risulterebbero piuttosto complicati: se volessimo ricavare t dalla prima equazione, infatti, avremmo:

x/r=cos(w*t) da cui w*t=arccos(x/r) e quindi t=[arccos(x/r)]/w. Tale valore di t andrebbe poi sostituito nella seconda equazione e i calcoli risulterebbero ancora più complessi.

C’è un modo migliore per eliminare il parametro: la quadratura di entrambi i membri delle equazioni.

Ricordando infatti la proprietà matematica per la quale se a=a allora a^2=a^2 (con a € R), riscriviamo le equazioni di prima quadrandole:

{
{ x^2 = (r^2)*[cos(w*t)]^2
{
{ y^2 = (r^2)*[sin(w*t)]^2
{


Ora, sommando membro a membro tra le due equazioni, otteniamo:

x^2 + y^2 = r^2

che è appunto l’equazione che descrive la traiettoria del moto del corpo in esame (la geometria analitica ci insegna che un’equazione con questa forma corrisponde a quella di una circonferenza, quindi il moto è appunto circolare).

Volendo ora determinare il valore della velocità del moto del corpo, possiamo ricavare i valori delle singole componenti della velocità (Vx e Vy) e poi ricavare il modulo del vettore complessivo con la nota formula V=radquad(Vx^2 + Vy^2).

Per ottenere i valori delle componenti della velocità dobbiamo derivare rispetto al tempo le leggi della variazione dello spazio, cioè:

x = r*cos(w*t) è la funzione che ci informa come varia la componente orizzontale x del moto al variare del tempo; derivando questa funzione rispetto a t (cioè “considerando t come variabile dipendente”) otteniamo proprio la componente orizzontale della velocità del corpo.

Qual è la derivata prima di x=r*cos(w*t)? Richiamando alla memoria le regole di derivazione per le derivate composte ricaviamo che Dx=-r*w*sin(w*t), quindi appunto Vx=-r*w*sin(w*t).

In virtù dello stesso ragionamento e sfruttando sempre le regole di derivazione per le derivate composte, possiamo ricavare anche la componente verticale della velocità partendo dalla funzione che lega lo spazio verticale al tempo, cioè:

y = r*sin(w*t)

La derivata di questa funzione (sempre rispetto a t) è: Dy=r*w*cos(w*t), quindi Vy=r*w*cos(w*t).

Ottenuti i valori delle componenti del vettore velocità, ricavare il modulo del vettore stesso è semplice: basta applicare la regola ricordata prima V=radquad(Vx^2+Vy^2); nel nostro caso:

V = radquad([-r*w*sin(w*t)]^2 + [r*w*cos(w*t)]^2),

che possiamo scrivere come

V = radquad([-r*w]^2*[sin(w*t)]^2 + [r*w]^2*[cos(w*t)]^2);

sia (-r*w)^2 che (r*w)^ danno come risultato r^2*w^2, quindi mettiamo questa quantità in evidenza; abbiamo:

V = radquad([r^2*w^2]*([sin(w*t)]^2 + [cos(w*t)]^2));

ma [sin(“qualcosa”)]^2 + [cos(“qualcosa”)]^2, per la proprietà fondamentale della trigonometria, vale 1, quindi la relazione si riduce a

V = radquad(r^2*w^2), ossia V = r*w;

Ricordando che r=1,45m e w=2s^-1 (cioè 2/s) e sostituendo tali valori nell’equazione appena ottenuta abbiamo V=2,90ms^-1, cioè V=2,90m/s.

Il moto è quindi circolare uniforme. Ovviamente “l’uniformità” del moto si riferisce solo al valore scalare della velocità – che è appunto costante – non al vettore, di cui direzione e verso cambiano ad ogni istante man mano che il corpo si sposta lungo la circonferenza.

Volendo appunto ricavare questo valore dell’accelerazione “vettoriale”, ossia della cosiddetta accelerazione centripeta, cioè accelerazione “rivolta verso il centro (della circonferenza)”, dobbiamo ricordare la formula per ricavarla, che è a=w^2*r. Sostituendo i valori che abbiamo di w e r otteniamo

a=5.80m/s^2.

Per il quinto e ultimo esercizio assegnato lunedì in aula è necessario, per la seconda volta, un abbozzo per capire come stanno le cose. Ho realizzato una mezza cosa col solito paint: ecco il link all’immagine.

Il disegno già contiene la traccia e qualche spiegazione, che tuttavia riporto di seguito.

lunedì 21 settembre 2009

Esercizio programmazione 2 numero 70

Esercizio 70

Scrivere una fuction per implementare l'algoritmo heap sort

#include
#include
#define MAX 300
void scambia(int *x, int *y) ;
int leggi_array(int V[]) ;
void stampa_array(int V[], int n) ;
void Inserisci(int x, int H[]) ;
int EstraiMax(int H[]) ;
void HeapSort(int A[], int n) ;

void main()
{
int n, V[MAX];
n = leggi_array(V);
HeapSort(V, n);
stampa_array(V, n);
return(1);
}

// Stampa in output l'array.
void stampa_array(int V[], int n)
{
int i;

for (i=0; i1 && H[l/2]<=l && (H[i] H[2*i+1]) {
scambia(&H[i], &H[2*i]);
i = 2*i;
} else {
scambia(&H[i], &H[2*i+1]);
i = 2*i+1;
}
}
return(max);
}



// HeapSort: ordina l'array A mediante l'algoritmo Heap Sort.
void HeapSort(int A[], int n)
{
int i, H[MAX];
H[0] = 0;
for (i=0; i=0; i--)
A[i] = EstraiMax(H);
return;
}

Esercizio programmazione 2

livello [1]Scrivere una funzione C che cambia il carattere in input da maiuscolo a minuscolo e viceversa automaticamente

#include

unsigned char minMai(unsigned char valore);

void main()

{

unsigned char valore,Vmodificato;

puts("Inserire un carattere");

scanf("%c",&valore);

Vmodificato = minMai(valore);

printf("carattere prima=%c\ncarattere dopo= %c\n",valore,Vmodificato);

}

unsigned char minMai(unsigned char valore)

{

/*creo la maschera che sarà impiegata in or con la variabile valore per modificare il bit 5 della stessa*/

unsigned char mask=32,carattere=0;

carattere=valore^mask;

return carattere;

}

capitolo 3 promessi sposi

CAPITOLO III

Il capitolo si apre con il racconto di Lucia ad Agnese e a Renzo dei suoi involontari incontri con don Rodrigo (questi, infatti, aveva avvicinato Lucia lungo la strada e aveva scommesso con un altro nobile, il conte Attilio, suo cugino, che la ragazza sarebbe stata sua). Lucia rivela poi di aver narrato l'accaduto a fra Cristoforo. Renzo e Agnese, l'uno come fidanzato, l'altra come madre, sono amareggiati dal fatto che Lucia non si sia confidata a loro. Al sentire gli episodi descritti da Lucia, Renzo viene colto da un nuovo attacco d'ira e da propositi di vendetta, ma Lucia riesce a placare le sue nuove ire.
Agnese consiglia poi al giovane di recarsi a Lecco, da un avvocato soprannominato Azzecca-garbugli e gli consegna quattro capponi da portare in dono al dottore. Renzo si mette dunque in cammino verso Lecco. Lungo la strada, agitato e incollerito, dà continui strattoni ai capponi che ha in mano: le povere bestie, pur accomunate da un triste destino, si beccano tra loro. Ciò dà l'occasione all'Autore per riflettere sulla mancanza di solidarietà tra gli uomini, anche quando questi sono accomunati dalle sventure ("i quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura").
Giunto alla casa dell'Azzecca-garbugli e consegnati i capponi a una serva, Renzo viene fatto accomodare nello studio: uno stanzone disordinato, polveroso e un po' decadente in cui spiccano, alle pareti, i ritratti degli imperatori romani, simbolo del potere assoluto. Il dottore lo accoglie indossando una toga consunta che lo fa apparire decrepito quanto i mobili della stanza. Azzecca-garbugli scambia Renzo per un bravo e, per intimorirlo, legge confusamente una grida che annuncia pene severissime per chi impedisce un matrimonio. Ha qui inizio il tragicomico equivoco tra Renzo e l'Azzecca-garbugli che, credendo che il giovane si sia camuffato tagliandosi il ciuffo che contraddistingue i bravi, si complimenta con lui per la sua astuzia. A questo proposito, l'Autore non perde l'occasione per sottolineare ancora una volta l'ottusità della macchina burocratica spagnola, e ci propone frammenti di gride in cui si vieta addirittura di portare il ciuffo. Renzo nega di essere un bravo, ma l'avvocato non gli crede e lo invita a fidarsi di lui, prospettando poi una linea di difesa. Scoperto l'equivoco, Azzecca-garbugli si infuria e rifiuta ogni aiuto, mettendolo infine alla porta, poiché colpevole di un crimine all'epoca gravissimo: essere vittima, e per di più senza appoggi nobiliari. Intanto Lucia e Agnese si consultano nuovamente tra loro e decidono di chiedere aiuto anche a fra Cristoforo. In quel momento giunge fra Galdino, un umile frate laico, in cerca di noci per il convento di Pescarenico, lo stesso dove vive il padre Cristoforo.
Per eludere le domande del fraticello circa il mancato matrimonio si porta il discorso sulla carestia; Galdino racconta allora un aneddoto riguardante un miracolo avvenuto in Romagna. Lucia dona a fra Galdino una gran quantità di noci affinché egli, non dovendo continuare la questua, possa recarsi subito al convento ed esaudire la sua richiesta di inviare presso di loro fra Cristoforo. A questo punto il Manzoni ci tiene a precisare che, nonostante fra Cristoforo avesse a che fare con la gente umile, era un personaggio "di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno" e approfitta dell'occasione per un excursus sulla condizione dei frati cappuccini nel Seicento. Renzo fa quindi ritorno alla casa di Lucia e racconta il pessimo risultato del suo colloquio con Azzecca-garbugli. Tra Renzo e Agnese si accende una piccola discussione, subito placata da Lucia, circa la validità del consiglio di rivolgersi all'avvocato. Dopo alcuni sfoghi di Renzo ed altrettanti inviti alla calma da parte delle donne, il giovane torna a casa propria.

Capitolo 2 promessi sposi

Capitolo 2 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Riassunto del capitolo 2 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Don Abbondio trascorre una notte agitata tra la ricerca di alcune scuse per non celebrare il matrimonio e incubi popolati da bravi e da agguati. Nonostante ciò riesce ad elaborare un piano per superare le prevedibili obiezioni di Renzo e ritardare così le nozze. Per prendere gli ultimi accordi per il matrimonio, di buon mattino Renzo si reca da don Abbondio vestito in gran gala, con un cappello piumato e il pugnale dal manico bello. Il promesso sposo è un giovane di vent'anni, rimasto orfano di ambedue i genitori fin dall'adolescenza. La sua professione, quella di filatore di seta, e i continui risparmi, gli hanno dato una certa tranquillità economica. Il curato finge di non ricordarsi del matrimonio, poi, utilizzando termini latini per confondere il giovane, lascia intendere che sono sopravvenuti degli impedimenti che obbligano a ritardare le nozze. Renzo accondiscende allo spostamento, ma rimane insospettito dal comportamento del parroco. Uscito dalla canonica Renzo incontra Perpetua e riceve da lei conferma dei propri sospetti: don Abbondio è stato minacciato da qualcuno. Renzo torna velocemente nel salotto di don Abbondio. Dopo aver imprigionato il parroco nella stanza, il giovane, con fare apparentemente minaccioso, lo costringe a dirgli la verità. Perpetua rientra e don Abbondio l'accusa di aver infranto il giuramento del silenzio fatto la sera prima. Dopo un acceso battibecco tra i due, il curato si mette a letto vinto dalla febbre. Renzo si dirige nuovamente verso casa di Lucia. Nella sua mente passano fieri propositi di vendetta, ma al pensiero della fidanzata egli abbandona ogni ipotesi violenta. Giunto nel cortile della casa, Renzo incarica una bambina, Bettina, di chiamare in disparte Lucia e di condurla da lui. Lucia, orfana di padre e di qualche anno più giovane di Renzo, è acconciata e vestita per le nozze: i suoi capelli neri sono raccolti in trecce fissate con spilloni, indossa un corpetto di broccato con un gonna pieghettata di seta, e attorno al collo porta una modesta collana. Il suo viso giovanile riflette una bellezza interiore. Lucia, circondata dalle amiche, viene raggiunta dalla bambina che le trasmette il messaggio di Renzo. La ragazza scende al piano terreno e Renzo la mette al corrente dell'accaduto, ed ella mostra di essere già a conoscenza della passione di don Rodrigo per lei. Ai due si aggiunge poi Agnese. Lucia sale a congedare le donne dicendo che il matrimonio è rimandato a causa di una malattia del parroco. Alcune di esse si recano alla canonica per chiedere conferma di quella malattia e Perpetua dice loro che don Abbondio ha un febbrone.

Promessi sposi capitolo 1

Capitolo 1 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Riassunto del capitolo 1 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


Il primo capitolo si apre con un’ampia e minuziosa descrizione dei luoghi dove si ambientano le prime fasi dei Promessi Sposi: il lago, i monti che lo circondano, il fiume Adda, la città di Lecco e i paesini circostanti. Successivamente l’autore passa alla descrizione della dominazione spagnola in queste terre: soldati stranieri che commettono violenze, furti e soprusi. In questo contesto, Don Abbondio passeggia, come d'abitudine, leggendo il breviario, ma ad una biforcazione della strada, nei pressi di un tabernacolo dipinto, incontra i due bravi. Hanno i capelli lunghi racchiusi in una reticella dalla quale esce solo un grande ciuffo che ricade sulla fronte, e una ricchissima dotazione di armi d'ogni tipo. L’autore cita le molte leggi, dette gride, che prevedono pene severissime per i bravi, che non sono altro che i sicari dei potenti. L'Autore tra una citazione e l'altra - propone considerazioni ironiche sull'inefficacia di queste ed altre gride. Comprendendo che i bravi stanno attendendo lui, don Abbondio cerca vie di fuga o eventuali testimoni, ma poi, vista l'assenza delle une e degli altri, si avvicina ai due fingendosi tranquillo. I bravi gli sbarrano la strada e gli impongono, con le minacce, di non celebrare il matrimonio tra due giovani del luogo: Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. Don Abbondio, spaventato, si dichiara più volte disposto all'obbedienza, specie quando sente il nome di don Rodrigo, il padrone dei due bravi. Fatta la loro ambasciata i due f si allontanano. Le minacce dei due bravi si inseriscono nel clima di sopraffazione che caratterizza il Ducato di Milano sotto la dominazione spagnola: i potenti possono impunemente commettere ogni tipo di violenza, mentre i deboli sono costretti a subire e non sono protetti dalla Giustizia. Fin dalla fanciullezza, don Abbondio si rivela un debole e un timoroso, incapace di affrontare le difficoltà della vita in un'epoca tanto violenta. La sua scelta sacerdotale nasce allora dal desiderio di appartenere ad una classe privilegiata e protetta e non da una vera vocazione religiosa. Ma per poter stare ancora più tranquillo, don Abbondio elabora un proprio "sistema di vita" fatto di paura, di servilismo, di opportunismo che lo induce a stare sempre dalla parte del più forte, di cattiverie verso i più deboli, di critiche a chi non pensa ai fatti propri. Inizia il soliloquio di don Abbondio. Come parlando tra sé egli immagina le reazioni di Renzo e ripensa a ciò che avrebbe dovuto dire ai bravi. Infine inveisce segretamente contro don Rodrigo. Giunto a casa propria, il curato chiama Perpetua, la sua serva. Dopo qualche esitazione, si confida con lei, ma non accetta i suoi saggi consigli. Infine, stremato, va a dormire, raccomandando alla domestica la massima riservatezza.

martedì 28 luglio 2009

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